postato da Ale55andra alle ore 14:49
venerdì, 09 maggio 2008

REGIA: Richard Shepard

CAST: Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekes
ANNO: 2007

TRAMA:

Il reporter di guerra Simon Hunt, perde la testa durante una diretta a causa del fatto di aver visto morire la sua donna incinta durante uno degli attacchi del terribile criminale di guerra bosniaco denominato La Volpe. Lui perde il lavoro e finisce ad ubriacarsi e a gironzolare per varie tv locali o via cavo, mentre il suo fidato amico cameraman fa carriera e viene assunto da un’importantissima rete televisiva. Dopo cinque anni dalla conclusione della guerra i due si rincontrano in Bosnia e decidono di allearsi per catturare la Volpe. A fargli da spalla un novello laureato di Harvard, figlio di un noto produttore, che vuole dimostrare di non essere solo un figlio di papà. Dopo numerose peripezie e avventure, i tre riusciranno nel loro intento.

 



ANALISI PERSONALE

“Solo le parti più ridicole di questa storia sono vere”, recita così la didascalia che da inizio a questa tremenda pellicola. Il problema è che nel film di cose ridicole ce ne sono veramente troppe e ovviamente si stenta a credere che siano tutte vere. In realtà lo spunto per questo film è nato da una storia vera di cinque giornalisti che a cinque anni dalla fine della guerra in Bosnia decisero, dopo una sonora sbornia, di scommettere sulla cattura del terribile criminale di guerra Karadzic. Karadzic prende il nome di Volpe, i cinque giornalisti diventano tre e una decisione al confine tra la scommessa  e lo scherzo, diventa invece una missione vendicativa. The hunting party è un film che ci fa rimanere con l’espressione perplessa per tutta la sua durata, dato che mescola in maniera davvero poco abile e confusionaria una serie di registri narrativi che vanno dalla commedia all’action-movie, dal war-movie al melodramma, passando per il cinema di denuncia. Il problema più grosso (ma è davvero difficile stabilire una gerarchia dei difetti di questo film) è che il regista fa di tutta un’erba un fascio, accusando sottilmente e più o meno velatamente una serie di organizzazioni, dalla NATO all’ONU, dalla CIA  alle Nazioni Unite, senza approfondire adeguatamente la serie di insinuazioni che pendono (a ragione o a torto) sui loro capi e incentrando l’attenzione e lo sguardo sulle azioni di un uomo che agisce egli stesso per primo spinto da motivazioni personali, come la vendetta.
Tono ironico e tono altamente serioso si danno il cambio ripetutamente in un traballante equilibrio che dona alla pellicola una pesante patina di scarsa credibilità e soprattutto di alto livello di irritamento. Irritamento che viene trasmesso allo spettatore anche tramite banalissimi e odiosissimi luoghi comuni che vedono il giornalista fallito darsi all’alcool, il ragazzino inesperto “pisciarsi nei pantaloni” e il navigato cameraman tornare a rischiare la vita, dopo aver assunto una posizione agiata
e lucrativa, per puro spirito d’amicizia. Anche se bisogna dire che l’unico personaggio leggermente credibile e se vogliamo costruito in maniera meno stereotipata è quello del giovane raccomandato che decide di imbarcarsi in questa pericolosa avventura per spirito di rivalsa e di affermazione e che si ritrova con due uomini completamente sprovveduti. In realtà neanche lui è esente da incongruenze, dato che all’improvviso, in uno dei tanti scambi di vedute con i personaggi del luogo, si dimostra brillantemente capace di raggiungere un compromesso, nonché estremamente furbo e intelligente.

La guerra con tutti i crudeli e intricati meccanismi che ci sono alle sue spalle, viene ridotta ai minimi termini e, soprattutto, non viene nemmeno approfondito il ruolo dei giornalisti e dei corrispondenti, ridotti qui a uomini che vivono per l’adrenalina e per l’azione e che agiscono spinti solo da motivi puramente e strettamente egoistici: i soldi, la vendetta, l’affermazione personale. E la voglia di informare il mondo sulle atrocità di ogni conflitto bellico? La voglia di compiere al meglio il proprio mestiere e il proprio ruolo di occhio “buttato” in una realtà sconosciuta e difficile, da studiare e diffondere? “La verità viene sempre fuori”, dice ad un certo punto la Volpe rivolgendosi ai tre giornalisti. E la verità, in questo caso, è che The hunting party si maschera, molto meschinamente, da film impegnato e attento a determinate tematiche sociali, scottanti e attuali, ma in realtà è solo un filmetto d’azione, peraltro scarsamente funzionante. Non funziona la sceneggiatura che mette troppa carne al fuoco e delinea in maniera scontata e superficiale i vari personaggi. Non funziona la colonna sonora, grossolanamente costruita per strappare la lacrima facile o il sussulto dello spettatore. Ma soprattutto non funzionano i dialoghi estremamente irritanti e pieni zeppi di cliché, nonché poco consoni alle situazioni che di volta in volta ci vengono mostrate e persino esagerati e fuori luogo
Insomma, The hunting party, sostanzialmente risulta essere un vero e proprio disastro e il fondo del barile viene toccato quando la malefica guardia del corpo della Volpe (con tanto di tatuaggi sulla fronte) sta per ammazzare il protagonista, ma viene interrotta dal suo cellulare che squilla a suon di “You make me feel brand new” dei Simply red. Cosa possiamo salvare di questo malriuscito tentativo di volersi ingraziare le simpatie del pubblico affidando la parte del protagonista a quel gigione che è Richard Gere e accusando a destra e a manca varie potenze internazionali, se non l’ambientazione
davvero molto interessante e i titoli di coda che ci mostrano i veri giornalisti e ci informano sulle reali vicende? E’ un vero peccato che un’idea così particolare ed originale sia stata rovinata in questa maniera. The hunting party avrebbe potuto essere un gran bel film di profonda analisi della nostra società e attualità (mischiata perché no ad un po’ di sana e ben costruita azione), e, invece, si riduce ad essere una posticcia e banalissima storia incredibile che ci lascia anche con un happy-ending che sa tanto di contentino e che si discosta da quella che è la realtà dei fatti.

VOTO: 3



CITAZIONE DEL GIORNO

Mi scusi, avvocato Thurmond, bieco, lercio, schifoso pezzetto di merda: adesso io vorrei dire 2 parole alla mia signora. Se questa è una gara di caduta rapida verso il basso, hai vinto: mostrandogli la mia lettera sei piombata di botto nel più profondo strato di merda fossile uscita dal buco di culo del più stronzo degli ominidi. (Michael Douglas a Kathleen Turner, in "La guerra dei Roses")


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Categorie: cinema, 2007, the hunting party

postato da Ale55andra alle ore 10:25
giovedì, 08 maggio 2008

REGIA: John Cassavetes

CAST: Burt Lancaster, Judy Garland, Gena Rowlands, Steven Hill
ANNO: 1963

TRAMA:

In un ospedale per bambini subnormali, arriva una nuova infermiera che vorrebbe curarli con tutto l’amore e la protezione possibile, ma che si scontra con il dottore che, invece, è convinto di dover utilizzare il pugno duro e di dover trattare questi bambini alla stregua di tutti gli altri, in modo tale da non farli sentire diversi e da farli crescere e diventare delle persone forti e capaci di stare nel mondo. Un bambino in particolare, Robin, cattura le attenzioni e l’affetto dell’infermiera, dato che i suoi genitori dopo averlo lasciato in ospedale e dopo essersi separati, non sono più andati a fargli visita, nonostante il piccolo li aspetti speranzoso ogni settimana. Dietro questa scelta dei genitori, ci sono dei seri e precisi motivi, che l’infermiera con tenacia e risoluzione riuscirà a scoprire, imparando anche a convivere  con questi bambini e ad istruirli nel migliore dei modi.


ANALISI PERSONALE

Siamo lontani dalle prime pellicole fortemente indipendenti e molto particolari del regista, che con questo film ha tentato la strada hollywoodiana, non solo per quanto concerne la scelta del cast, fatto di attori stellari, ma anche per quanto riguarda il tema trattato e soprattutto il modo con cui è stato trattato. Di certo non siamo di fronte ad un prodotto di scarsa qualità, perché pur sempre di Cassavetes si tratta, ma Gli esclusi è un film in cui si fatica a riconoscere la mano del regista che si era, con le sue prime pellicole, discostato dalla convenzionalità e dalla grandiosità hollywoodiane o comunque tipiche del cinema non indipendente. Con un tema già di per sé molto commovente, un sacco di bambini subnormali con problemi fisici e psicologici che convivono in un istituto aspettando con ansia il giorno delle visite dei propri familiari, il film cerca di ingraziarsi lo spettatore anche attraverso una colonna sonora più ruffiana che mai e numerosissimi primi, anzi primissimi piani, di questi bambini relegati dal resto del mondo, perché più deboli e ancora incapaci di affrontarlo. Due i personaggi principali che portano con sé poi due diversi punti di vista con i quali è difficile essere concordi o discorsi al 100%. Insomma, a volte si parteggia per l’infermiera (una ispirata Judy Garland) amorevole e affettuosa che pone i suoi bambini (soprattutto Robin) sotto una campana di vetro, cercando di proteggerli dalle ingiustizie e dai dolori della vita; e altre volte si parteggia per il dottore (un coriaceo Burt Lancaster) apparentemente duro di cuore, ma in realtà molto interessato al bene dei bambini posti sotto le sue cure e al modo migliore (o perlomeno quello che lui ritiene essere il modo migliore) di aiutarli e di non farli diventare degli esclusi e degli alienati (come alcuni uomini adulti che ci vengono mostrati in un reparto di una specie di manicomio).
Molto interessante anche la contrapposizione di atteggiamenti e di modi di reagire delle famiglie, contrapposizione che porta con sè anche una sorta di critica alla società nella quale viviamo in cui si è propensi a pensare che
famiglie benestanti e colte siano più amorevoli e accettino maggiormente la condizione dei figli subnormali, mentre famiglie più numerose e soprattutto più povere e ignoranti, diano per scontato di aver partorito dei mostri abbandonandoli al loro destino. Cassavetes, ribalta questo luogo comune (e qui possiamo riconoscere la sua estrema non convenzionalità) mostrandoci la famiglia di un bambino di colore, costituita da una mamma e dai suoi numerosi figli che si reca regolarmente a trovare il suo bambino e che lo tratta esattamente come tutti gli altri suoi figli, se non meglio e con più affetto e trasporto.

A contrapporsi a questa gioviale famigliola di certo povera nei mezzi, ma ricchissima nei sentimenti, c’è quella del piccolo Robin, la cui mamma (la sempre bellissima e intensa Gena Rowlands) non è più andato a trovarlo nei due anni di permanenza nell’istituto e il cui padre (il sofferto Steven Hill) pare essere completamente disinteressato della sua sorte, soprattutto dopo il divorzio da sua moglie, che ha anche ottenuto la custodia dell’altra figlia più piccola. L’infermiera, chiacchierando col dottore, si meraviglia di come due persone di cotale levatura intellettuale (entrambi sono laureati, entrambi hanno un buon lavoro, entrambi sono affermati nella vita privata e in quella pubblica, entrambi godono quindi di un’ottima posizione nella società), possano dimenticarsi di un figlio abbandonato al suo destino. Il dottore (che in questo dialogo rappresenta sicuramente le idee del regista) le risponde che si meraviglierebbe di scoprire un sacco di persone colte ma povere d’animo e, viceversa, un sacco di persone molto povere ma con un cuore e una mentalità estremamente ricchissime (ed è questo il caso della signora di colore con prole al seguito). Certo, andando avanti con la pellicola, ci si rende conto che i due genitori di Robin, non sono poi così crudeli e privi di sentimenti, ma che ci sono dei motivi dietro la loro scelta, ma il paragone mantiene la sua valenza e il suo significato.
Come suddetto, a fine pellicola, oltre ad esserci commossi in alcuni momenti (come quello della recita finale dei bambini che mettono in scena la storia americana, impersonando a turno sia i coloni che gli indiani, o come quando Robin chiede insistentemente all’infermiera se questa gli vuole bene o meno, o quando vede di sfuggita sua madre andare via dall’istituto senza nemmeno andare a salutarlo), rimaniamo spaesati e incerti se parteggiare per un metodo educativo o l’altro, oppure per una via di mezzo tra le due soluzioni (come forse il finale, che ci mostra l’arrivo di un nuovo bambino,
vuole dare ad intendere). Tutto sommato però, nonostante la facilità e forse la superficialità con cui è stato trattato un tema che meritava forse un migliore approfondimento, piuttosto che incentrarsi sulla figura di un bambino abbandonato dai genitori che si attacca fortemente all’unica persona che sembra dargli l’affetto di cui ha bisogno; il film riesce ad interessare lo spettatore soprattutto per quanto concerne la figura dei due genitori  e quella del dottore che rimane una figura ambigua almeno fino a quando non lo vediamo difendere con le unghie e con i denti il posto in cui lavora e i bambini per cui lavora, con alcuni supervisori che vorrebbero ridurre le spese e le infrastrutture adatte per la crescita e l’inserimento nel mondo e nella società di questi bambini, forse un po’ troppo ingiustamente, ritenuti subnormali.

VOTO: 6,5/7


CITAZIONE DEL GIORNO

Avevo un buon rapporto, direi, con i miei genitori. Di rado mi picchiavano. Anzi, credo che mi picchiarono, in effetti, una unica volta, durante l'infanzia. Cominciarono a picchiarmi di santa ragione il 23 dicembre del 1942 e smisero nel '44, a primavera inoltrata. (Woody Allen in "Il dittatore dello stato libero di Bananas")


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Categorie: cinema, gli esclusi, john cassavetes

postato da Ale55andra alle ore 19:34
martedì, 06 maggio 2008

REGIA: Jon Favreau

CAST: Robert Downey Jr, Jeff Bridges, Gwyneth Paltrow, Terrence Howard, Samuel L. Jakcson
ANNO: 2008

TRAMA:

Tony Stark, ricco e viziato produttore e costruttore d’armi, rimane vittima di un incidente in medio-oriente dove si è recato per testare alcuni suoi missili. Qui viene rapito da alcuni estremisti che lo obbligano a costruire una potentissima arma, ma grazie anche all’aiuto di un esperto di cibernetica, che gli ha salvato la vita applicandogli un organo artificiale, costruisce un’armatura per scappare dai suoi rapitori. Tornato a casa, decide di utilizzare il suo ingegno e il suo denaro per scopi più benefici, incontrando l’ostilità del suo vecchio socio e dovendosi difendere con una nuova armatura che lo trasformerà in un supereroe.

 



ANALISI PERSONALE

Utilizzando un linguaggio giovanile e molto moderno, si potrebbe riassumere e descrivere questa pellicola con un solo appellativo: figata. Eh si, perché Iron man è proprio una figata fatta e finita. Ci sono tutte le caratteristiche fondamentali per entrare di diritto nelle preferenze degli appassionati del genere, ma non solo: scontri aerei, armature scintillanti, tecnologie avanzatissime, lotta tra bene e male dove però il bene non è poi così definito e viceversa. Il punto di forza del film è proprio lui, il sornione e simpaticissimo, nonché estremamente sensuale, Robert Downey Jr che col suo sorriso strafottente e la sua espressione di sfida interpreta un personaggio affascinante che conquista da subito i consensi del pubblico anche perché si discosta dallo stereotipo del supereroe che nella vita è uno sfigato e una volta assunti i panni del suo alter-ego diventa un uomo fantastico, coraggioso e impavido. No, Tony Stark è un uomo vanitoso, pieno di sé, graffiante ed orgoglioso del suo ruolo di supereroe tanto da gridarlo ai quattro venti in un finale strepitoso che apre la pista ad un sicuro sequel certamente più incentrato sull’azione, più che sulla storia come in questo caso. In Iron man, infatti, non è l’azione ad avere il ruolo di protagonista, come si sarebbe indotti a pensare dato il genere cinematografico di cui fa parte, piuttosto a farla da padrone è la narrazione dei fatti, il racconto che ha portato alla nascita di questo personaggio a tratti controverso ma sicuramente interessante. Racconto che non tralascia una certa dose di moralità nel voler affrontare la questione politica alquanto spinosa della guerra e della corsa agli armamenti, di cui Tony Spark stesso faceva parte, prima di vivere la sua sfortunata ma illuminante esperienza in medio-oriente. Ma per fortuna il regista e gli sceneggiatori non si sono lasciati intrappolare dalle maglie della retorica e hanno lasciato la questione in secondo piano, incentrandosi principalmente sulle vicende avventurose di Tony

che vedrà contrapporsi un cattivone davvero spietato (un Jeff Bridges irriconoscibile che dà vita ad un personaggio più fumettistico che mai), del tutto deciso a porgli i bastoni tra le ruote e a continuare per la sua strada procedendo nella costruzione di armi di distruzione di massa, utilizzate per uccidere anche dei poveri civili innocenti. Non poteva mancare la romantica storia d’amore, che in questo caso però non viene affatto banalizzata, soprattutto grazie all’interpretazione raffinata ed elegante di una bellissima Gwyneth Paltrow dai capelli rossi, fedele segretaria di Tony, segretamente innamorata di lui e, solo alla fine, ricambiata in maniera del tutto originale. Ad aiutare il nostro eroe a sconfiggere il suo temibile e insospettabile nemico, oltre alla donna che si rivela essenziale, anche l’amico di sempre, Rhodey (Terrence Howard) che riesce a salvargli la pelle in una delle scene più adrenaliniche della pellicola che vede il nostro uomo di metallo inseguito da una serie di aerei che lo puntano per farlo esplodere in aria.
Un supereroe più glamour e modaiolo che mai, questo Iron man che per certi versi ricalca (anche se alla lontana) il percorso cronenberghiano di fusione tra corpo e macchina e, soprattutto, ci regala numerosi sorrisi grazie ad una serie di dialoghi davvero scoppiettanti ed esilaranti, frutto sicuramente dell’esperienza del regista e dell’attore protagonista come attori di commedie brillanti o meno
brillanti.
Iron man, è insomma, un bellissimo e spassosissimo  film d’intrattenimento che si distingue da tutti gli altri comic-movie, proprio per qualità narrativa, espositiva e anche tecnica. Una speranza per il genere, troppo sesso contaminato da stereotipi insopportabili e patriottismi davvero evitabili, che ci consente di passare due ore in totale spensieratezza anche grazie ad un sottile humour molto intelligente e ricco d’acume.

VOTO: 7,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

L'umanità teme sempre quello che non riesce a capire. (da "X-Men")


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Categorie: cinema, 2007, iron man

postato da Ale55andra alle ore 19:50
lunedì, 05 maggio 2008

REGIA: Wes Anderson

CAST: Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Shwartzman, Bill Murray, Anjelica Huston, Camilla Rutherford, Amara Karan, Natalie Portman
ANNO: 2007

TRAMA:

Tre fratelli che si erano persi di vista dopo il funerale del padre, decidono di intraprendere un viaggio spirituale in India per ritrovare se stessi e per ricostruire un’unione familiare, con l’ausilio della madre ritiratasi in un convento.

 



ANALISI PERSONALE

Dalla Belafonte di Steve Zissou al Darjeeling limited di quest’ultimo film di Anderson, che non abbandona il suo stile glamour e patinato per raccontarci un’altra delle sue strampalate e bellissime avventure familiari che non mancano di originalità e di spunti di riflessione. Il treno per il Darjeeling si appropria di tutti gli stereotipi e dei luoghi comuni dei road-movie, dei viaggi riconciliatori, della famiglia e via dicendo, ribaltandoli con humour e intelligenza e rendendoli speciali ed inimitabili. Il solito gusto per il particolare in questo caso è reso ancora più forte dalla ristrettezza degli ambienti soprattutto nella parte iniziale del film, completamente girata all’interno dei vagoni del coloratissimo e fatiscente treno nel quale i tre ragazzi ne combineranno di tutti i colori, mostrando le loro manie, le loro nevrosi e i loro difetti. Loro sono Francis (un Owen Wilson col volto perennemente fasciato), Peter (uno stralunato Adrien Brody) e Jack (un caratteristico Jason Swhartzman con tanto di baffetti, che ha contribuito alla stesura della sceneggiatura). Ognuno di loro è contraddistinto da caratteristiche particolari: il primo tende ad assumere il comando dei fratelli minori, ordinando la colazione per loro o decidendo passo per passo l’itinerario del viaggio spirituale; il secondo molto silenzioso e riservato è fissato con gli oggetti appartenuti al defunto padre, credendo di esserne l’unico possessore; e l’ultimo, il più piccolo di statura e di età, è un aspirante scrittore in crisi con la sua fidanzata (la Natalie Portman che compare nel corto che dà inizio a questa pellicola, Hotel Chevalier) che tenta di sfondare come scrittore e che non vuole essere messo in mezzo alle liti degli altri due. Accomunati da una fissazione per le medicine indiane, che continuano a scambiarsi durante il corso della pellicola, i tre fratelli faticano a ritrovare il feeling di un tempo, quello che lega anche dei semplici amici (infatti uno di loro ad un certo punto si chiede se avrebbero potuto essere mai amici, se non fossero stati fratelli). E se all’inizio non li vedremo quasi mai parlare tutti insieme (infatti li vedremo a due a due parlare dell’assente di turno, promettendosi di non riferirgli niente, segno questo dell’incapacità di fidarsi dell’altro), alla fine del viaggio, dopo essersi liberati dal pesante fardello del passato (emblematica ed estremamente simbolica la scena nella quale si liberano delle griffatissime valigie appartenute al padre), li vedremo finalmente tutti insieme nella stessa inquadratura. Le valigie (disegnate appositamente dalla casa di moda Louis Vuitton) sono parte fondamentale della messa in scena, così come lo erano le tute de I Tenenbaum o i cappelli rossi de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, proprio perché facenti parte dell’inconfondibile (e ovviamente opinabile) stile di Anderson che anche in questo caso (avvalendosi dell’aiuto della nostra bravissima Canonero) dà molta importanza all’abbigliamento e ai particolari: una cintura che passa da un fratello all’altro, un paio di occhiali, un paio di scarpe spaiate, una serie di bende e di cerotti.

Bende e cerotti che ci conducono verso un’altra metafora, quella di Owen Wilson che si scopre il volto mostrando le ferite e le cicatrici, nonché il coraggio di sopportarle e di superarle. E se Francis rappresenta il desiderio di andare avanti e la testardaggine di portare a termine un obiettivo prefissato, Peter rappresenta la paura di affrontare l’ignoto (sta per diventare padre, ma ha lasciato sua moglie da sola al settimo mese di gravidanza, perché pur amandola è sempre stato convinto che prima o poi avrebbero divorziato), e Jack incarna la figura dello scrittore che,  pur negandolo o semplicemente non ammettendolo, trasporta su carta le sue esperienze di vita vissuta e racconta delle persone che lo circondano (nonostante Jack continui a ripetere ai suoi fratelli che i personaggi dei suoi racconti sono inventati).
Se tutto questo non bastasse ad incuriosire anche i palati più esigenti, basterebbe citare il meraviglioso incipit con un Bill Murray più in forma che mai che dopo una velocissima corsa in taxi perde il treno sul quale per il rotto della cuffia riesce a salire un Adrien Brody che lo guarda dispiaciuto o la folgorante “apparizione” della sempre elegantissima Anjelica Huston nel ruolo di una madre assente e forse irresponsabile (che parla praticamente come il suo figlio maggiore, quello che poi ha insistito per andare a cercarla). Una sequenza rimane particolarmente impressa ed è quella nella quale madre e figli decidono di comunicare senza parlare e nel frattempo vediamo scorrere il Darjeeling e i suoi vagoni, abitati da tutti i personaggi che abbiamo visto nel corso della pellicola, segno questo che siamo tutti volenti o nolenti dei passeggeri del treno che ci porta a confrontarci con noi stessi, con i nostri dolori e il nostro passato per poter vivere serenamente il presente ed il futuro.
Con straordinari movimenti della macchina da presa (alcuni piani-sequenza davvero prelibati, m
a anche una serie di zoomate e di carrellate molto interessanti), Il treno per il Darjeeling si arricchisce anche di una fenomenale e deliziosissima colonna sonora (che vanta pezzi di gruppi come i Rolling Stones o i Kinks, trasmessi dall’Ipod di Jack munito di casse) e di una bellissima fotografia satura di colori e caratterizzante alla perfezione gli ambienti nei quali i tre fratelli si muovono.
Il treno per il Darjeeling è insomma una sorta di avventura tragicomica, da guardare con il sorriso perennemente stampato sul volto, con il cuore aperto alle emozioni e la mente libera da qualsiasi tipo di restrizione.

 

VOTO: 8,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Il denaro non si crea, si trasferisce da una intuizione ad un'altra, magicamente. (da "Wall Street")


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Categorie: cinema, 2007, il treno per il darjeeling

postato da Ale55andra alle ore 12:49
venerdì, 02 maggio 2008

REGIA: Joel Coen, Ethan Coen

CAST: Tim Robbins, Jennifer Jason Leigh, Paul Newman
ANNO: 1994

TRAMA:

Norville Barnes, neolaureato di una piccola cittadina dell’Indiana, arriva a New York in cerca di lavoro e viene assunto come addetto alle poste della grandissima industria Hudsucker, il cui direttore si è appena suicidato lanciandosi dal quarantaquattresimo piano del grattacielo. Il suo vice tenta di recuperare tutte le azioni dell’azienda facendo diventare direttore un perfetto idiota che faccia crollare il loro valore, in modo tale da poterle acquistare lui stesso insieme al suo consiglio di amministrazione. Il prescelto è proprio Norville, di cui si interessa anche la giornalista in incognito Amy Archer, che risulta essere un po’ ingenuo e sbadato che inizialmente fa bene il suo lavoro di idiota, ma che poi risulta essere più che proficuo per il valore delle azioni, dato che mette sul mercato una sua invenzione: l’hula hoop.

 


ANALISI PERSONALE

I Coen sono forse gli unici registi contemporanei che riescono a giocare egregiamente o meno con diversi generi: dal noir alla commedia, dal mafia-movie al giallo e via dicendo. Con questa loro quinta pellicola deliziano i palati dei cinefili e degli spettatori più attenti con una marea di rimandi più o meno velati alle commedie sociali degli anni ’30 e ’40 (nonostante la pellicola si ambientata verso la fine degli anni ’50 in una New York sede di veri e propri mondi sotterranei che ricordano la Metropolis langhiana) nonchè a singoli personaggi della cinematografia di Frank Capra o di Howard Hawks. Non mancano i riferimenti al capolavoro Quarto potere, dato che c’è un’analisi (seppur parodistica e superficiale rispetto al film di Welles), del giornalismo come mezzo di informazione. Appaiono lampanti le somiglianze con lo stralunato Brazil di Terry Gilliam nel quale veniva scandagliato il mondo “sommerso” degli operai e il loro rapporto coi piani alti. Mr. Hula Hoop ricalca tutti i topoi di ogni favola che si rispetti con tanto di voce narrante che ci accompagna verso l’antefatto che ha portato Norville ad affacciarsi al quarantaquattresimo piano del palazzo Hudsucker (così come aveva fatto il suo fondatore) e con una serie di personaggi surreali come il vecchio custode che ferma letteralmente il tempo per salvare la vita del protagonista disperato, l’operaio sinistro e malvagio che cambia ogni volta il nome del direttore alla porta dell’ufficio principale, e l’angelo con tanto di aureola e chitarrina che arriva a cantare la sua canzone preferita (la stessa cantata dai protagonisti del loro secondo film Arizona junior, quindi non solo citazioni ma anche autocitazioni) e a ricordare al distratto protagonista di adempiere ad un compito importante che, se portato a termine in precedenza, gli avrebbe evitato i numerosi guai che l’hanno condotto fino a quel punto. Come ogni favola che si rispetti i Coen ci lasciano con un romanticissimo happy ending che vede la bella e spietata giornalista cedere alle lusinghe dell’amore e il rinato protagonista risalire la china con una nuova strabiliante invenzione: dopo l’hula hoop, il freesbe passando per la cannuccia pieghevole (questa però rubata dall’ascensorista con la passione per le rime).

Spiccano per vivacità e presenza scenica i tre attori principali, soprattutto l’ammaliante Jennifer Jason Leigh che ricorda per finezza e grinta le vecchie attrici di una volta e non solo grazie ai bellissimi costumi e alla raffinata pettinatura, ma soprattutto per il guizzo, il fascino e la parlantina facile. Non è da meno il brillante Tim Robbins, che si discosta dal suo repertorio drammatico per dare vita ad un personaggio sostanzialmente comico e buffo. Fa la sua parte anche il grande Paul Newman, relegato al ruolo di comprimario ma ottimo nell’incarnare l’arrivismo e il cinismo di un uomo pronto a tutto pur di arrivare in alto.
La sceneggiatura (tipico marchio di fabbrica dei Coen questa volta aiutati da Sam Raimi) è una macchina perfettamente oleata, così come l’orologio del grattacielo che scandisce gli avvenimenti sempre più disastrosi del povero Norville, e racconta simpaticamente ma intelligentemente il percorso di un uomo apparentemente idiota (così come recitano i titoli dei giornali che si sono occupati di questa figura diventata improvvisamente importantissima), ma in realtà solo molto semplice, ingenuo e idealista. Si ride di gusto e, cosa più importante, si ride di testa. Una comicità non priva di acume quella dei fratelli Coen che si contraddistinguono grazie a particolari e a scelte registiche davvero peculiari, come una dentiera che si incastra tra gli ingranaggi di un enorme orologio, o un bambino che comincia a giocare con un hula hoop facendolo girare attorno alla sua testa creando il visibilio tra gli altri bambini, o un membro del consiglio di amministrazione fissato col conteggio del mezzanino per indicare il numero dei piani del grattacielo dal quale si è lanciato il suo capo e un altro dalle foltissime sopracciglia che pare essere l’unico a disperarsi per la dipartita del direttore per poi tranquillizzarsi immediatamente una volta messa al sicuro la sua posizione.
Il tipico humor nero alla Coen fa qui capolino anche se sotto altre vesti, sfiorando tematiche interessanti (e non soffermandosi ad analizzarle adeguatamente, forse questo l’unico neo della
spassosissima pellicola che come molti hanno già detto manca di “cuore”) e relegando il protagonista cattivo ad un finale da lui malvagiamente ideato per il più ingenuo, salvato dal fato, baciato dalla fortuna, aiutato dalla donna amata, ma soprattutto da un’importantissima lettera blu maldestramente dimenticata.

VOTO: 7,5


 


CITAZIONE DEL GIORNO

"Siete Norma Desmon, la famosa attrice del muto. Eravate grande". "Io sono sempre grande. E’ il cinema che è diventato piccolo". (William Holden  e Gloria Swanson in "Viale del tramonto" di Billy Wilder)


LOCANDINA

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Categorie: cinema, joel e ethan coen, mister hula hoop