Ed eccoci ad un’altra pietra miliare del cinema. Un attore che non delude mai in ogni sua molteplice e diversa prestazione. Un attore che interpreta così bene qualsiasi ruolo che riesce difficile credere che sia umano e che non sia dotato di qualche strano potere paranormale. Al di là delle esagerazioni, dovute alla mia smisurata passione per il suo sguardo intenso e la sua espressione dura, sono convinta che nessuno riuscirebbe a contraddirmi quando dico che Al Pacino è uno dei più grandi attori viventi, ma anche della storia della cinematografia mondiale. L’ho ammirato in Serpico, quasi odiato in Scarface, letteralmente adorato in Americani, ho parteggiato per lui in Heat la sfida, ho pianto per lui in Carlito’s way, ne ho avuto paura nell’Avvocato del diavolo e via dicendo…le sensazioni e le emozioni che mi ha suscitato sono innumerevoli e quasi inclassificabili per la loro eterogeneità e varietà.
Insomma si sarà capito che Al Pacino è, insieme a De Niro, il mio attore preferito in assoluto nella sua vena dura, nella sua vena mafiosa, nella sua vena romantica, nel ruolo di poliziotto, di delinquente, di impiegato, in qualsiasi ruolo! Insomma lo amo e lo stimo sempre e comunque!

Cenni biografici da MyMovies.it
Data e luogo di nascita: 25 Aprile 1940, New York, New York City, USA
Sanguinoso protagonista di nere favole metropolitane intrise di un messaggio violento. In Al Pacino si fronteggiano due estremi della recitazione: da una parte la perseveranza e l'attendibilità del Metodo, dall'altra la giocosità dell'attore. Quale dei due eliminare? Nessuno. Perché non hanno mai convissuto assieme. La prima riguarda i decenni '70/'80 e la seconda quelli '90/'00. Testimone essenziale della cinematografia statunitense, spesso interprete di ruoli mafiosi ironici, raffinati, ma pur sempre massacranti, Al Pacino è un attore strutturale, in debito con lo stile, ormai da antologia, dell'Actor's Studio a cui deve la sua recitazione secca e nervosa che sarà una caratteristica predominante di tutti i suoi personaggi. Ma la fama corrode: «Quando finalmente arrivò il successo ne fui confuso. Non sapevo più chi ero e perciò tentai con la psicanalisi, ma solo per qualche seduta. Il lavoro è sempre stato la mia terapia», fu così che quasi rischiammo di perdere quell'aria un po' cupa che gli attraversa lo sguardo, magari quando ha una pistola in mano e la punta contro qualcuno, o quella sua energia a fior di pelle che fuoriesce nei monologhi cinematografici più intensi. E che dire di quello sguardo febbricitante che anche nell'interpretazione di un cieco, sembrerà un paradosso, ma è in grado di bucare lo schermo? Anche lui, come i suoi personaggi, è stato attratto dal pericolo e dalla solitudine, dalla sua individualità e dall'autoemarginazione. Fortunatamente, quel sentore di sconfitta esistenziale è rimasto un sentore. Al Pacino c'è, in ogni maledetto ruolo.

Figlio di una casalinga e di un muratore di origini siciliane che abbandonò la famiglia e divorziò dalla moglie quando Al aveva solo due anni, fu allevato dalla madre e dai nonni materni nel South Bronx, a New York City. Decise di interrompere gli studi a 17 anni, annoiato dalla scuola e desideroso di dedicarsi a tempo pieno alla carriera di attore. Andò a vivere al Greenwich Village e frequentò la High School of Performing Arts (che però lasciò subito dopo), esercitando per circa dodici anni diversi mestieri, dal fattorino all'operaio, fino al traslocatore. Dopo essere stato ammesso all'Herbert Berghof, dove prese lezioni direttamente dal grande attore e poi amico Charles Laughton, partecipò a vari spettacoli del Living Theatre in piccolissimi ruoli sottopagati che lo spinsero verso la depressione. Aggiungete anche un arresto nel gennaio del 1961, per possesso di arma da fuoco, e capirete bene che la vita dell'esordiente Al Pacino non era proprio rosa e fiori. Ad aggiungere male al male, ogni sua audizione per dei ruoli maggiori si rivelava un cocente fiasco, fino a quando nel '66, venne accolto all'Actor's Studio, sotto l'insegnamento del leggendario Lee Strasberg. La fortuna comincia a girargli bene: vince un premio per la sua interpretazione dell'atto unico "Gli Indiani vogliono il Bronx" (1966-67) nel quale interpreta un giovane teppista, successivamente seguito da un prestigioso Tony Award come miglior attore non protagonista per "Does the Tiger Wear a Necktie?" (1969). Il suo nome comincia ad emergere e dagli spettacoli off-Broadway si sente il nome di Pacino perfino nel tubo catodico (dove debutta, nel 1968, nel serial "N.Y.P.D").

Gira il primo film accanto alla moglie del suo maestro (Laughton), l'attrice Elsa Lanchester in Me, Natalie (1969); nel cast anche Patty Duke e Martin Balsam. Gagliardo, da vero latin lover, passa da Kathleen Quinlan a Debra Winger, da Penelope Ann Miller a Tuesday Weld, aggiungendo, alla lista delle sue conquiste, anche le attrici Jan Tarrant, Marthe Keller, Jill Clayburgh (una delle sue relazioni più lunghe, infatti coabiteranno dal 1970 al 1975) e la giornalista Lyndall Hobbs. Sta per cominciare il periodo d'oro per questo attore: Jerry Schatzberg lo vorrà per il film drammatico Panico a Needle Park (1971) dove interpreta un piccolo spacciatore di droga, e l'esperienza sarà così positiva che l'autore lo imporrà anche nel cast de Lo spaventapasseri (1973) con Gene Hackman.
Entrato a far parte della David Wheeler's Theatre Company di Boston, recita dal 1972 al 1973, e da lì in poi a periodi alterni, una delle sue piece preferite: il "Riccardo III", seguita da testi di Bertolt Brecht, David Rabe, Heathcote Williams, David Mamet e ancora Shakespeare. Fra Robert Redford, Warren Beatty, Jack Nicholson, Ryan O 'Neal Robert De Niro, Francis Ford Coppola sceglie lui per il ruolo di Michael Corleone ne Il padrino (1972) e nei suoi seguiti. Pacino però era scettico: non si vedeva assolutamente nella parte del giovane mafioso, ma accettò dietro le insistenze del regista, che si oppose perfino ai produttori pur di averlo nel cast come protagonista. All'interno del film intreccia una lunga e intensissima relazione con Diane Keaton, e il ruolo di questo riluttante giovane che si vede costretto, per gli obblighi della famiglia e della Famiglia, a sporcarsi le mani di sangue, gli fa ottenere il David di Donatello Speciale, nonché una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Situazione che si ripeterà, nel 1974, con l'uscita de Il padrino – Parte II, sempre di Coppola che lo vede però nella rosa dei candidati all'Oscar, ma nella categoria miglior attore protagonista, suo questa volta non il David, ma il BAFTA come miglior attore.
La sua galleria di personaggi si arricchirà con il ritratto del poliziotto italo-americano e anticonformista di Serpico (1973) di Sidney Lumet, ottenendo la sua terza candidatura all'Oscar come miglior attore e la vittoria di un David come miglior interprete straniero. Si consola con il secondo BAFTA, quando sfiora ancora una volta l'Oscar con Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975), sempre di Lumet, nel ruolo di un rapinatore di banca assediato dalla polizia. Poi è fortemente voluto da John Schlesinger per Il maratoneta (1976) ma, il produttore Robert Evans gli preferisce Dustin Hoffman e Pacino si butta nel ruolo del pilota nevrotico di Un attimo, una vitaLee Strasberg nella pellicola … E giustizia per tutti (1979) di Norman Jewison, si aggiudica l'ennesima nomination agli Oscar, ma ancora una volta non vince. A questo punto della sua carriera cominciano i rifiuti storici di film cult: Roy Neary in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), Han Solo di Guerre Stellari (1977), Ted Kramer di Kramer contro Kramer(1979) e il capitano Willard di Apocalypse NowQuando la moglie è in vacanza (1955), mai realizzato.

Negli anni Ottanta sceglie di interpretare il poliziotto infiltrato negli ambienti gay di Cruising (1980) di William Friedkin, passando allo Scarface (1983) di Brian De Palma, ma si perde strada facendo. Una violenta tempesta esistenziale, contrassegnata da un eccessivo uso di alcol e droghe e dalla protezione maniacale della sua privacy, lo porta quasi sull'orlo della pazzia. Non gli è più possibile lavorare: rifiuta Nato il quattro luglio (1989), Pretty Woman (1990) e Allarme rosso (1995), ma dà il meglio di se stesso nel drammatico Carlito's Way (1993), nella caricatura del gangster fumettistico Big Boy Caprice in Dick Tracy (1990) di Warren Beatty - che gli fa sfuggire ancora una volta la statuetta dello zio Oscar - e nella commedia di Garry Marshall Paura d'amare (1991). Poi il miracolo! Partecipa al remake de Profumo di donna di Dino Risi, reintitolato Scent of a Woman – Profumo di donna (1992) di Martin Brest, nel ruolo che fu di Vittorio Gassman; parallelamente conclude anche un altro film, Americani (1992) di James Foley, in un ruolo secondario accanto a Jack Lemmon. Quell'anno l'Academy lo consacra: prima lo fa entrare nella rosa delle nomination delle due categorie principali per gli attori, quella per i protagonisti (Scent of a Woman) e quella per i non protagonisti (Americani) e poi gli fa vincere la prima, connotata anche da un Golden Globe nella stessa categoria.
La vittoria riconferma Pacino come uno degli interpreti più importanti della cinematografia moderna e sembra che anche la vita privata abbia un momento felice con la relazione con Beverly D'Angelo che gli darà due gemelli, Anton e Olivia, nel 2001. Leone d'oro alla carriera nel 1994, Bryan Singer lo sceglie per il ruolo di Dave Kujan ne I soliti sospetti (1995), ma Pacino rifiuta e preferisce entrare in un altro film di Foley, il mediocre Un giorno da ricordare (1995). Dopo Heat – La sfida (1995) di Michael Mann, nel 1996, diventa regista, portando alla luce un progetto che aveva in mente fin dagli anni Settanta e che ha diretto mescolando l'inchiesta giornalistica, la ricostruzione metacinematografica e la fiction: Riccardo III – Un uomo, un re (1996). Contraltare di Johnny Depp in Donnie Brasco (1997), è nel cast del nuovo film di Mann Insider – Dietro la verità (1999), passando poi nelle mani di Oliver Stone che ne fa un cazzuto allenatore di rugby in Ogni maledetta domenica (2000). Insignito del Premio Cecil B. DeMille nel 2001, nel 2002 viene diretto dalle nuove leve di Hollywood (Andrew Niccol, Christopher Nolan, Michael Radford) e vince il suo primo Emmy e un Golden Globe come miglior attore in una miniserie grazie alla fiction Angels in America (2004).
Dopo Jon Avnet, sarà diretto da Steven Soderbergh in Ocean's Thirteen (2007). Impenetrabilmente chiuso nella sua dimora nell'Hudson, dove vive con la figlia Julie, nata da una relazione con un'insegnante di recitazione la cui identità resta misteriosa, Al Pacino è l'ultimo tormentato figlio del Bronx di una generazione di interpreti (che comprende anche Robert De Niro) che hanno portato in auge i moderni anti-eroi del nuovo cinema americano. Una tendenza alla creatività estrema, basata su una disciplina spettacolare attraverso la quale costruisce ruoli di fisica fantasia espressiva, ne fanno un interprete da brivido. Buffo dirlo, ma c'è anche una spiccata dimensione artigianale, tanto umanizzante quanto sofisticata, nelle sue escursioni-perfomances. Un'analisi sondabile del cuore e della mente che ha trovato partecipe sponda in alcuni dei più grandi autori anni Settanta.
FILMOGRAFIA ESSENZIALE (tratta da Wikipedia)
Come sempre quando mi affeziono e mi innamoro di un artista, cerco di saperne il più possibile, in questo caso tramite la visione di alcuni di questi meravigliosi film. Indimenticabili rimarrano naturalmente i vari Padrino, Insider, Donnie Brasco, L’avvocato del diavolo, Heat-la sfida, Americani e Serpico. Ma nel mio cuore impressi come una marchiatura a fuoco, ci sono Scarface e Carlito’s way che sono due dei miei film preferiti in assoluto. Un doveroso grazie anche a questo Artista che non può che trovare consensi di critica e pubblico data la sua passione e la sua estrema bravura nell’esercitare questo suo meraviglioso “mestiere”.
