postato da Ale55andra alle ore 21:24
giovedì, 10 luglio 2008

REGIA: Alfred Hitchcoock

CAST: James Stewart, Kim Novak, Barbara Bel Geddes, Tom Helmore
ANNO: 1958

TRAMA:

John “Scottie” Ferguson è un poliziotto in pensione che soffre di vertigini a causa di un incidente accaduto sul lavoro. Un suo vecchio compagno di studi lo ingaggia per seguire sua moglie Madelaine affetta da manie suicide in seguito alla scoperta di un’antenata che morì togliendosi la vita, la quale pare essersi impossessata del corpo e dello spirito della pronipote. Dopo averle salvato la vita, John finisce per innamorarsene fino a quando…

 



ANALISI PERSONALE

Uno dei più grandi capolavori del Genio, La donna che visse due volte (titolo originale ben più indicato Vertigo) è uno straordinario esempio di cinema complesso, sensuale ed intrigante che non manca di coinvolgere in una spirale di ossessioni che vanno da quella per le vertigini fino a giungere persino ad una sorta di necrofilia (John dopo essere uscito dall’ospedale per essere “impazzito” in seguito al suicidio della sua amata, incontra una donna che le somiglia incredibilmente e la “costringe” a trasformarsi per essere totalmente identica a Madelaine), senza tralasciare il senso del dovere e soprattutto il senso di colpa. La bellissima ed erotica Kim Novak (che ha sostituito Vera Miles rimasta incinta, poi protagonista di Psycho), è l’emblema di questa pellicola, lei coi suoi capelli biondo platino e i suoi occhi da gatta, incarna la tipica femme fatale, un po’ algida e un po’ sfuggevole, proprio come da tradizione hitchoockiana. Solo un maestro di suspance come Hitchcoock poteva svelare il mistero a ben quarantacinque minuti dalla fine, rischiando così di far perdere attenzione e interesse allo spettatore. La cosa eclatante, è che invece, cominciamo ad impegnarci maggiormente nella visione, proprio a partire da quel momento, per sapere cosa succederà alla protagonista dopo che l’ossessionato James Stewart scoprirà il suo segreto. Il protagonista maschile, il bravissimo James Stewart che ha saputo dare vita ad un personaggio estremamente sfaccettato, è letteralmente ossessionato dalla paura per l’altezza, le vertigini saranno portatrici di immensi dolori, confesserà persino alla sua migliore amica, Midge, (palesemente innamorata di lui, ma non ricambiata) di essere affatto da acrofobia. Esplicativa al riguardo la sequenza iniziale nella quale il poliziotto rimane appeso ad un cornicione e comincia ad avere dei capogiri, fino ad immobilizzarsi e a non riuscire a salvare il suo collega accorso per aiutarlo. Sarà questo l’evento scatenante che lo condurrà ad abbandonare il lavoro e ad accettare poi l’incarico del vecchio compagno di università. Ma c’è un’altra sequenza al riguardo, forse ancora più emblematica, ed è quella che si svolge nell’appartamento di Midge. Qui John tenterà di guarire dalla sua malattia per brevi passi, cominciando a sollevare lievemente i piedi da terra. Salirà su uno sgabello con degli scalini e quando giungerà in cima si renderà conto di essere vicino alla finestra e guardando in basso si sentirà male. Il suo primo tentativo è fallito miseramente. Ma questa sua fobia tornerà ad assillarlo, proprio quando la donna che lui segue per lavoro e di cui si è perdutamente innamorato, salirà in cima ad un campanile in preda ad un delirio suicida, ma John non riuscirà a salvarla perché non sarà in grado di percorrere gli scalini più in alto. Per mostrare a chiare lettere l’enorme e immobilizzante senso di vertigini di John, Hitchcoock si servirà di un misto di carrellate all’indietro e di zoom, riuscendo lì dove aveva fallito ai tempi di Rebecca, per mancanza di mezzi. 19.000 dollari fu la somma necessaria per girare questa sequenza, ma il Genio dopo quindici anni da Rebecca, non ci stette a rinunciare a questo espediente all’epoca davvero innovativo, regalandoci in questo modo un altissimo momento di cinema. Alquanto allucinante, e a tratti grottesco, è  l’incubo che affligge John dopo la morte della donna amata, incubo nel quale la sua testa vaga tra i luoghi che i due hanno frequentato, contraddistinti da uno sfondo rosso fuoco, rosso come la passione, rosso come l’ossessione, rosso come il peccato. In Vertigo c’è veramente tutto: c’è la storia d’amore sofferta, c’è l’erotismo latente che poi esplode, c’è il mistero, l’intrigo, la tensione e la suspance. Tratto da D’entre les morts di Boileau e Narjegac e musicato dal fidato e mitico Bernard Hermann, questo film rimarrà sicuramente nella storia della cinematografia come una delle pellicole più intense di sempre. Con un plot a tratti banale e sicuramente ruffiano nel trattare “materiale esoterico”, Hitchcoock ci incanta con storie di fantasmi che si rivelano ben altro e con intrighi amorosi che celano del marcio. La solita attenzione al particolare (un mazzo di fiori, una particolare acconciatura, un tailleur e soprattutto una collana), viene qui affiancata anche con una particolare predilezione per il colore (Vertigo in bianco e nero non sarebbe stato la stessa cosa). Lo stesso regista, nell’intervista concessa a Truffaut nel suo famoso romanzo-intervista, si soffermò ad analizzare l’utilizzo dei vari colori, soprattutto del rosso (il ristorante dove John vede per la prima volta Madeleine è completamente tappezzato di questo colore, ma anche i suoi incubi e alcune successive visioni della donna saranno inondati dal rosso), ma anche del verde. L’hotel nel quale risiede la donna che John incontra dopo la morte di Madelaine ha un’insegna al neon di quel colore e quando Judy (così si chiama la rossa sosia) esce dalla toilette con addosso l’abito della defunta e con la sua stessa acconciatura, essa viene del tutto “investita” da un fascio di luce verde, che la fa sembrare un vero e proprio spettro. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, con questa pellicola Hitchcoock ha dimostrato definitivamente la sua immensa maestria e padronanza del mestiere.
Indimenticabile rimarrà  la sequenza finale che vedrà finalmente il faccia a faccia decisivo e definitivo tra i due protagonisti che per la prima volta saranno del tutto sinceri l’uno con l’altro. Ma l’arrivo di un “terzo incomodo” rovinerà per sempre le vite di entrambi.

VOTO: 10


 



CITAZIONE DEL GIORNO

Non e' stato un piacere non conoscerti. (Carrie in "Quattro matrimoni e un funerale")


LOCANDINA

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Categorie: cinema, alfred hitchcock, vertigo

postato da Ale55andra alle ore 12:24
lunedì, 14 aprile 2008

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Cary Grant, Grace Kelly, Jessie Royce Landis, Brigitte Auber, Charles Vaner, John Williams
ANNO: 1955

TRAMA:

John Robie, in passato ladro di professione col soprannome di “gatto”, si è ora ritirato a vita privata nella sua villa in Costa Azzurra dove coltiva vigneti e rose, ma una nuova serie di furti di gioielli perpetrati con la sua stessa tecnica ha virato i sospetti su di lui che si arma quindi per smascherare il nuovo gatto.

 



ANALISI PERSONALE

E’ difficile che la coppia Hitchcock/Grant possa deludere in alcun modo. Se poi ci aggiungiamo la classe, l’eleganza, la leggiadria e lo stile della meravigliosa Grace Kelly, il risultato non può che essere più che soddisfacente. Caccia al ladro non è sicuramente uno dei migliori film in assoluto del regista (che non ha quasi mai sbagliato un colpo però), ma è molto probabilmente il più simpatico e divertente, nonché quello più ricco di glamour data l’ambientazione francese da favola e i costumi indossati dai due meravigliosi protagonisti, icone allora come ora di finezza, grazia e signorilità.
Un giallorosa che è anche una piacevole commedia, con tanti personaggi di contorno che fanno accrescere il dubbio sull’identità del personaggio misterioso che imita il modo di rapinare che fu distintivo di John (anche se sinceramente ad un certo punto del film appare quasi palese, ma non per questo la pellicola ne risente) e due protagonisti che non possono sfuggire alla morsa dell’amore. La più spassosa e spiritosa risulta essere la mamma di lei, che rimane subito colpita dal fascino di John e gli riserva tutte le sue simpatie, anche dopo che scopre il suo oscuro passato. Un intreccio che appare semplice e che si riduce alla corsa e rincorsa tra John e il suo rivale oscuro, ma anche tra John e la polizia da un lato e i suoi vecchi colleghi di malefatte dall’altro. Un unico enigma (l’identità del nuovo gatto) che non ha il ruolo di protagonista nel film, dato che ad interessare è più che altro la sorte dell’affascinante e ammiccante John, che pare non potersi fidare più di nessuno, se non di sé stesso e del suo fiuto.
Inutile rimarcare la completa padronanza della macchina da presa posseduta dal Genio, padronanza che in questo film risulta ancora più visibile, dato che si tratta forse di uno dei più perfetti dal punto di vista puramente tecnico. Una fotografia eccellente e superlativa, che vinse giustamente l’Oscar, nominata insieme alle scenografie e ai bellissimi costumi; alcune sequenze che sono entrate nella storia del cinema; una sceneggiatura semplice ma incisiva con alcuni tra i migliori dialoghi mai sentiti al cinema tra due innamorati e con alcune sorprese davvero inaspettate (il regista conosceva bene la differenza tra suspance e sorpresa e in questo film abbandona la tanto cara amata suspance per dare invece più spazio alla sorpresa); una direzione degli attori che la dice lunga sulla competenza e
conoscenza del mestiere da parte di Hitchcock.
Tra spiagge in cui si può fare la conoscenza di donne bellissime e di bagnini sospetti, ristoranti diretti da brutti ceffi dall’espressione poco rassicurante, ville gestite da corpulente domestiche e alberghi lussuosi e da favola; si svolgono le vicende del buontempone ma pungente John e della sofisticata ma gioviale Frances con una mamma forse più giovane di lei, se non proprio nel corpo, almeno nello spirito.

Tre le sequenze giustamente ricordate per la loro eccezionalità sia dal pubblico che dalla critica: quella dell’inseguimento tra John e Frances a bordo di una jaguar (guidata dalla donna che dimostra un eccessivo dominio della guida) e dei poliziotti che gli stanno alle calcagna, inseguimento che costituisce forse l’unico momento di suspance (oltre a quello finale che però è forse di portata inferiore a questo) che termina con un momento di sorpresa (un camion che sbuca all’improvviso facendoci quasi saltare dalla sedia); quella del loro lungo bacio (seguente a quello dato inaspettatamente da lei a lui sull’uscio della sua stanza la sera prima) inframmezzato da fuochi d’artificio che si vedono in lontananza attraverso la finestra della stanza d’albergo (scena che è stata ripresa da numerosissimi altri film) e quella finale del ballo in maschera (con dei costumi davvero spettacolari) nel quale viene messo in atto l’ingegnoso piano per smascherare il gatto. Ma ci sono altre tre sequenze, ingiustamente dimenticate o non citate o ricordate da pubblico e critica e sono quella della scena di gelosia di Frances verso la ragazza (la figlia di un vecchio “collega” di Grant) con la quale John era scappato dal ristorante quando era arrivata la polizia: i tre sono in mare e lui guarda quasi compiaciuto le due donne che se lo contendono e che si battono a suon di battute taglienti e quasi offensive; quella spassosissima del mercato di fiori a Nizza, nella quale una signora alterata dal trambusto creato da uno dei numerosi inseguimenti che ingaggia John, lo “picchia” a suon di fiori in testa; nonché quella alla villa di uno dei più ricchi residenti di Nizza, dove John cerca di incastrare il gatto e dove viene aggredito nel buio alle spalle da qualcuno di cui non si vede il volto e che brandisce contro di lui un enorme martello (tipica scena alla Hitchcock).
Un altro piccolo grande tassello nell’enorme puzzle di meravigliose pel
licole firmate Hitchcock, che ha forse il suo maggior punto di forza nella storia d’amore tra la magnifica Kelly (che all’epoca conobbe il principe Ranieri) e l’ammaliante Grant che ci regala uno dei finali più spiritosi mai visti al cinema, mostrandoci il suo volto preoccupato mentre bacia la donna amata che lo informa dell’arrivo della suocera. Come al solito il regista non ci sta ad uniformarsi alle regole prestabilite e stravolge con un piccolo ammiccamento (come solo lui sapeva fare) un lieto fine, che con questo piccolo accorgimento diventa quasi simpaticamente “tragico”, ma sicuramente originale, particolare e decisamente indimenticabile.

VOTO: 8,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

A me invece Roma piace moltissimo: una specie di giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si puo' nascondere bene. (Marcello Rubini in "La Dolce vita")


LOCANDINA


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Categorie: cinema, alfred hitchcock, caccia al ladro

postato da Ale55andra alle ore 15:05
sabato, 05 aprile 2008

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Cary Grant, Eva Marie Saint, James Mason, Martin Landau, Jessie Royce Landis
ANNO: 1959

TRAMA:

Roger Thornhill è un pubblicitario che viene scambiato per un agente segreto del controspionaggio, tale George Kaplan, e viene quindi braccato sia dall’organizzazione spionistica che vuole ucciderlo, sia dalla polizia che lo crede un assassino. Ad imbattersi nella sua strada, prima una donna, Eva, che assume un ruolo ambiguo nella vicenda, e poi i veri membri dell’organizzazione controspionistica che alla fine gli chiedono davvero il suo aiuto.

 



ANALISI PERSONALE

Un film di spionaggio che non potrà affatto deludere gli amanti del genere, tant’è che i vari 007 e affini hanno sicuramente tratto da questo piccolo gioiellino hitcochckiano più di uno spunto, senza tra l’altro riuscire ad eguagliare il grandissimo regista per stile, guizzo, garbo, eleganza e, soprattutto, capacità di costruire le situazioni di suspance e sorpresa e, ultima ma non per ultima, una deliziosissima, simpaticissima e spassosissima ironia ben amalgamata con le situazioni e le vicende di rara intensità e tensione. Intrigo internazionale, che riprende quasi il tema dell’amore legato al dovere così come faceva l’immenso capolavoro che è Notorius, contiene anche un alto numero di scene erotiche, soprattutto per l’epoca, tra il magnifico Cary Grant e la sensualissima Eva Marie Saint, chiamata qui a fare il doppio, anzi triplo gioco e riuscendoci alla perfezione. Una coppia davvero ben assortita, accompagnata da una serie di comprimari che fanno il loro “sporco lavoro” in maniera a dir poco encomiabile a partire dal mitico Martin Landau nel ruolo del luciferino Leonard, la guardia del corpo del signor Vandamm (l’espressivo e agghiacciante James Mason), il capo dell’organizzazione spionistica contro la quale il controspionaggio sta lavorando.
Un altro tema carissimo al grande regista è quello dello scambio di persona: in molte delle sue pellicole più riuscite, il povero protagonista viene scambiato per qualcun altro (quasi sempre un assassino, una spia o comunque qualcuno di pericoloso che per questo corre a sua volta dei pericoli) e deve passare le pene dell’inferno prima di riuscire a dimostrare di essere innocente e soprattutto di essere un’altra persona. In questo caso, il simpatico e affascinante pubblicitario viene scambiato per un agente segreto, il signor Kaplan che in realtà non esiste, dato che è solo un personaggio fittizio inventato dal controspionaggio per fare da copertura a quella che è davvero la loro spia che sta cercando di incastrare Vandamm. A nulla varranno le proteste di Roger che tenterà in tutti i modi di far capire di non conoscere nessun Kaplan e di non essere una spia, visto che nessuno gli crederà e arriverà persino ad essere ricercato dalla polizia per un omicidio da lui ovviamente non commesso.
Ad aiutarlo, almeno apparentemente, arriva una femme-fatale conosciuta su un treno, la bellissima Eva Kendall (interpretata dall’ammaliante Eva Marie Saint) che aiuterà Roger a nascondersi dalla polizia e a mettersi in contatto con questo fantomatico Kaplan. In realtà, si scoprirà che Eva non è realmente chi dice di essere e, una volta che Roger se ne renderà conto, si arriverà ad un brusco punto di rottura tra i due che sembravano essersi perdutamente innamorati l’uno dell’altra. Ma non sempre le cose sono come sembrano, soprattutto nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio e quindi i vari ruoli dei diversi protagonisti cambieranno nel corso del tempo e persino chi non voleva avere niente a che fare con spie e controspie, si vede costretto a collaborare per vedere salva la vita
della persona amata.
Un altro espediente da Hitchcock utilizzato molto spesso in maniera egregia è quello degli inseguimenti a bordo di bellissime automobili (come dimenticare quello di Caccia al ladro o l’ultimo divertentissimo di Complotto di famiglia?). In Intrigo internazionale (North by northest) alla guida dell’auto abbiamo il povero Cary Grant, fatto ubriacare da Vandamm e soci e messo in auto in modo tale da andarsi a schiantare contro una scogliera per ucciderlo in modo da farlo sembrare un incidente dovuto alla sua ubriachezza.

Anche in questa scena, che amalgama perfettamente suspance e ironia (quanto è divertente lo straordinario Grant che recita la parte di un ubriaco che sta per morire?), il protagonista-“eore” riesce a salvarsi per il rotto della cuffia, ma nonostante lo spettatore sappia perfettamente che non può vedere morire Cary Grant così presto, un brivido lo prova lo stesso e questo lo deve solo all’estrema abilità registica di uno dei più grandi cineasti mai esistiti. Tra le scene più divertenti e spiritose non si può non citare quella della sala di un albergo dove sta avendo luogo un’asta. Qui, Roger, incontra un’altra volta le spie che lo inseguono, insieme ad Eva, e questi lo minacciano di morte. Roger allora capisce che è forse meglio consegnarsi alla polizia, alla quale poter spiegare meglio di non essere un assassino, piuttosto che farsi ammazzare e così cerca di attirare l’attenzione dei poliziotti diventando molesto e strafottente con il battitore d’asta (quando comincia a sparare cifre enormi ed irrisorie allo stesso tempo è difficile trattenere il riso). Anche nel finale che ci prende  un po’ in giro non possiamo non riconoscere la mano “truffaldina” di Hitchock (che appare in uno dei suoi tanti notissimi camei proprio all’inizio del film, quando lo vediamo perdere l’autobus su cui sale Cary Grant, per il rotto della cuffia), che ci fa passare da una situazione di estremo pericolo ad una di massima serenità e giovialità (i due protagonisti stanno per precipitare dai Monti Rushmore in un’altra delle famosissime sequenze di questo straordinario film e Roger si china per dare la mano ad Eva, alla quale fa anche una proposta di matrimonio e subito dopo, invece che vederla risalire sulla testa di uno dei personaggi del Monte, la vediamo arrampicarsi su una cuccetta di un treno, il luogo del loro primo incontro). Ma la sequenza giustamente più ricordata e citata è quella in cui Cary Grant viene inseguito da un aereo che getta su una landa desertica litri e litri di insetticida, non risparmiandosi di sparare all’impazzata sul povero uomo che non sa dove nascondersi e rifugiarsi e che quindi è costretto a scappare all’impazzata e a vedersi passare sulla testa più di una volta l’enorme mezzo di trasporto che alla fine va a schiantarsi contro un autobotte. Come Hitchcock stesso ha dichiarato nell’intervista a Truffaut (nel suo imperdibile Il cinema secondo Hitchcock), la particolarità e la straordinarietà di questa sequenza, e dei sette minuti di totale silenzio che la precedono (nei quali tutta la tensione e l’aspettativa sono convogliati nel volto estremamente comunicativo di Cary Grant), sta proprio nel fatto di aver creato una situazione di enorme suspance senza ricorrere a facili espedienti come una strada buia, una notte tempestosa e cose di questo genere, ma scegliendo come sfondo un’assolata mattinata in un deserto enorme che non offre riparo al povero protagonista e nella quale è difficile indovinare cosa potrebbe mai accadergli e da dove possa provenire il pericolo. Merito anche di una coinvolgente colonna sonora firmata Bernard Herrman e di un’adeguata fotografia firmata Robert Burks (che spesso hanno collaborato con il regista), Intrigo internazionale non può deludere gli amanti di Hitchcock (che potranno anche qui ravvisare la sua passione per il particolare resa ancora più evidente dal distacco e dal contrasto con il generale) e del grande cinema che fu, che è e che sempre sarà, data la sua incredibile e impressionante modernità, nonostante la sua non più giovane età.

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Eppoi Freud – altro grande pessimista! Gesù, sono stato in analisi per anni. Non è successo niente. Il mio analista, per la frustrazione, cambiò attività. Aprì un self-service vegetariano. (Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle")


LOCANDINA

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Categorie: cinema, alfred hitchcock, cult, intrigo internazionale

postato da Ale55andra alle ore 12:05
mercoledì, 05 marzo 2008

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: James Stewart, John Dall, Farley Granger, Joan Chandler, sir Cedric Hardwicke, Constance Collier, Edith Evanson, Douglas Kirk, Dick Hogan
ANNO: 1948

TRAMA:

Brandon e Philip, studenti universitari, uccidono il loro amico David strangolandolo con una corda. Philip è sconvolto, ma Brandon con presenza di spirito e sangue freddo decide di dare comunque il ricevimento che avevano organizzato, ricevimento a cui parteciperanno, tra gli altri invitati, anche il padre e la fidanzata della vittima.


 


ANALISI PERSONALE

È inutile: l’inimitabile e il grandioso Hitchcock si riconosce tra mille, anzi un milione, anzi un miliardo. Nessuno dopo di lui è stato capace di costruire dei film perfetti nei quale la tensione, la paura, il sussulto fanno perdere allo spettatore il senso del tempo e della realtà. E nessuno dopo di lui è stato capace di intessere trame che si snodano in maniera impeccabile davanti ai nostri occhi, facendoci desiderare e allo stesso tempo temere la fine del film. Desiderare perché non si vede l’ora di scoprire le carte del maestro e temere perché si vorrebbe continuare all’infinito ad ammirare la sua straordinaria abilità di grandissimo cineasta. Nodo alla gola è un significativo esempio di come Hitchcock sia riuscito ad attrarre e stimolare l’attenzione dello spettatore, partendo da un omicidio nel quale ci è già svelato il colpevole, anzi i colpevoli e che quindi lascia spazio ad elucubrazioni sul movente o sulla sorte dei due assassini. Due assassini che suscitano quasi simpatia, soprattutto il più forte Brandon (John Dall) che pare quasi fiero e orgoglioso del suo gesto, mentre Philip (Farley Granger) appare sconvolto, fuori di sé, quasi succube del suo compagno. Appare quasi evidente che tra i due ragazzi, che vivono insieme e che stanno per partire insieme per trascorrere del tempo in campagna, ci sia un rapporto di tipo omosessuale, anche perché lo spunto per questo film al regista venne proprio da un fatto di cronaca vera: l’assassinio Leopold-Loeb, una coppia omosessuale, che scelsero la loro vittima a caso e l’ammazzarono senza un motivo.

Brandon e Philip hanno deciso di dare un ricevimento in casa loro per salutare gli amici in vista della loro partenza imminente per la campagna, dove resteranno per un periodo di sei mesi per studiare in santa pace e conseguire il maggior numero di esami possibili. Prima che tutti gli ospiti arrivino però, strangolano il loro amico David (Dick Hogan) e lo ripongono in una cassapanca. Philip è nel panico più totale e vorrebbe rimandare il ricevimento, mentre Brandon sicuro di sé e fiero del suo atto, decide che sarebbe proprio un’ottima idea servire la cena proprio sulla cassapanca/bara dove hanno riposto la loro povera vittima. Spostano quindi i candelabri, i piatti e le posate sulla cassapanca e ripongono i loro libri antichi (ai quali è interessanto il signor Kentley che è il padre di David e che è invitato alla festa) sul tavolo. La prima ad arrivare è la signora Wilson (Edith Evanson), la loro governante che si stupisce del fatto che la sua tavola preparata con tanto amore sia stata disfatta. Subito dopo cominciano ad arrivare a turno tutti gli altri ospiti: il signor Kentley (sir Cedric Hardwicke) accompagnato dalla signora Atwater (Constance Collier) perché sua moglie ha il raffreddore, Janet (Joan Chandler) la fidanzata di David prima fidanzata con un altro invitato, Kenneth (Douglas Kirk) e il loro vecchio insegnante del ginnasio e del liceo, il signor Rupert Cadell (James Stewart). La cena procede nel migliore dei modi fino a quando Janet e Kenneth si accorgono che Brandon ha deciso di farli tornare insieme senza chiedere il loro parare e soprattutto fino a quando Brandon non comincia a raccontare di quanto Philip fosse bravo a sgozzare galline portando il discorso su un argomento macabro quanto scottante: la teoria del superuomo di Nietszche secondo la quale esistono degli uomini superiori agli altri ai quali sarebbe permesso di porre fine alla vita degli uomini inferiori. A cominciare il discorso è stato Rupert che però si rende subito conto che Brian lo sta portando un po’ troppo oltre i limiti e quindi impone al suo vecchio allievo di smetterla e di cambiare soggetto. Tutti nel frattempo si preoccupano del ritardo di David, anche lui invitato al ricevimento, e quando appare chiaro che non verrà più la preoccupazione comincia a crescere, dato che non si riesce a rintracciare il ragazzo.

Rupert appare molto sospettoso nei confronti dei sue due ex-allievi, soprattutto perché Philip si comporta in modo alquanto strano e perché Brandon durante la sua esposizione della teoria del superuomo sembrava estremamente serio. Quando tutti sono andati via e i due ragazzi si accingono a disfarsi del cadavere prima di partire, Rupert con la scusa di aver dimenticato il suo portasigarette torna nell’appartamento e…

Il film è passato alla storia per essere stato montato come se fosse un unico e lungo piano sequenza, mentre in realtà è costituito da vari piani sequenza montati insieme come se fosse uno, risultato ottenuto grazie agli stacchi effettuati inquadrando degli oggetti scuri come la giacca di Brandon o il pianoforte di Philip o la cassapanca di David. La sensazione che si ottiene è quella di una sorta di claustrofobia che ci costringe a stare nella stessa stanza per tutta la durata del film e ci obbliga ad un certo momento a vedere il tutto dal punto di vista della cassapanca in quella che è forse la sequenza più strabiliante della pellicola. Infatti l’obiettivo è puntato sulla cassapanca e lascia tutti i protagonisti all’esterno sulla destra che chiacchierano animatamente. L’unica protagonista che è rimasta nell’obiettivo è la governante che sta sparecchiando la tavola/cassapanca/bara e che quindi fa avanti e indietro per almeno tre volte e ogni volta che si avvicina alla cassa crea un sussulto nello spettatore, dato che poco prima aveva detto a Rupert di essere intenzionata a riporre i libri proprio nella cassapanca. Quando ritorna vicino all’obiettivo per l’ultima volta, dopo aver finalmente finito di sparecchiare, sta per aprire la cassa e per poco allo spettatore non prende un colpo, se non fosse che magicamente Brandon torna ad occupare il suo posto davanti alla macchina da presa immobile e suggerisce alla governante di tornare il giorno dopo a sistemare il resto. Ma di questi piccoli/grandi colpi di scena, che non fanno altro che accrescere l’irrequietezza dello spettatore e soprattutto anche di Philip e Brandon, il film è impregnato. Quello che più colpisce, inoltre, è che non c’è motivo apparente che giustifichi il terribile gesto dei due ragazzi guidati solo da una teoria che fu loro esposta da Rupert quando ancora andavano a scuola. Una teoria che sicuramente non voleva alludere a gesti crudeli e inconsulti come quello compiuto ai danni del povero David, che era migliore di loro come lo stesso Rupert rinfaccia ai due dopo che ha scoperto il loro misfatto.
Impeccabile da ogni punto di vista tecnico: recitazione e sceneggiatura su tutti dato che possiamo ammirare i vari protagonisti muoversi con maestria sulla scena e intavolare conversazioni e dialoghi davvero deliziosi con la solita ironia che permea quasi tutte le pellicole del regista, ironia che possiamo ravvisare nella discussione sul cinema e su “quella attrice che ha lavorato in quel film che si intitola qualche cosa, o una cosa del genere”  che Janet, Rupert e la signora Atwater intavolano proprio mentre stanno mangiando del pollo in vicinanza della cassapanca. Inutile rimarcare l'attenzione del regista per il particolare che contribuisce a rendere i suoi film davvero unici: in questo caso una cassapanca, una corda che ricompare a disturbare la tranquillità del povero Philip, un cappello con delle iniziali e via dicendo...
Hitchcock dirige senza difficoltà e con mano sicura una storia che si svolge praticamente in tempo
reale, facendola cominciare con una panoramica della strada newyorchese nella quale si trova l’appartamento dei due ragazzi e portando la telecamera, seguita da un motivo musicale molto inquietante, sul terrazzo con dei finestroni coperti da un ampio tendaggio che nasconde il terribile assassinio del quale ci viene mostrato solo l’attimo finale e continuando a raccontarci quello che avviene al di là di quel tendaggio e soprattutto nella mente di chi ha ammazzato a sangue freddo un’altra persona senza un vero motivo, senza quello che è l’elemento principale di qualsiasi omicidio che si rispetti: il movente.

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Cosa avete mangiato ieri al ristorante?". "Abbiamo mangiato salame e prosciutto affrettato". (Lino Banfi in "Vieni avanti, cretino")


LOCANDINA


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Categorie: cinema, alfred hitchcock, nodo alla gola

postato da Ale55andra alle ore 10:39
lunedì, 18 febbraio 2008

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Sean Connery, Tippi Harden, Diane Baker, Louise Letham
ANNO: 1964

TRAMA:

Marnie è una ladruncola e una piccola criminale. Ha varie identità e si a assumere presso varie ditte per poi derubarle. L’ultima ditta per la quale va a lavorare è diretta da Mark Rutland, che scopre la vera natura di Marnie ma che contemporaneamente se ne innamora, costringendola a sposarlo in cambio della reticenza sulle sue malefatte. La donna però negli anni ha sviluppato un’estrema avversione verso i rapporti affettivi e sessuali e Mark decide di andare a fondo alla questione.

 



ANALISI PERSONALE

Una donna di spalle che stringe una borsetta gialla sotto il braccio. L’inizio di questo film è estremamente hitchcockiano. Non sappiamo chi è questa donna, né dove sta andando e perché ci sta andando così di fretta. Così come non sappiamo, una volta scoperta l’identità (una delle tante) della donna, perché mai il colore rosso e i temporali la terrorizzano, perché fa degli strani incubi e soprattutto per quale motivo odia gli uomini e il contatto con essi. Il mistero si infittisce ogni secondo di più, e al di là delle sorti dei due protagonisti e della loro stramba storia d’amore, ad interessare in maniera viscerale è proprio il passato di quella piccola furfantella. La sete di conoscenza si impossessa delle nostre menti che si fanno coinvolgere nella spirale di disperazione in cui precipita Marnie dopo essere stata costretta a sposare Mark. Le simpatie sono tutte per lui (come biasimare un uomo che vuole avvicinarsi fisicamente e non a sua moglie?), ma l’interesse è tutto per lei. Con mano sapiente (la solita) Hitchcock non mostra mai tutte le sue carte in tavola e preferisce lasciarci col fiato sospeso fino alla rivelazione finale, che forse non regge il peso delle aspettative, ma che comunque si fa apprezzare soprattutto per quanto attiene al carico emotivo de quale è pregna.

Marnie (un’algida Tippi Harden) è una ladra-segretaria. Si fa assumere da varie ditte per poi dilapidarne il capitale. Cambia identità e colore di capelli ad ogni cambio di lavoro e dedica tutti i suoi sforzi e i suoi risparmi alla madre che sembra non dedicarle le attenzioni che vorrebbe. Quando si fa assumere dalla ditta Strutt, viene notata da uno dei suoi clienti, Mark Rutland (un simpaticissimo Sean Connery) che è il dirigente di una azienda editoriale. Mark rimane immediatamente affascinato dalla donna e quando questa, dopo aver rapinato Strutt, va a chiedere lavoro proprio nella sua ditta (inconsapevole che Mark fosse un cliente di Strutt), lui la assume cercando di far luce sulla questione. Ben presto però la curiosità, lascia il posto all’innamoramento e Mark comincia a corteggiare la sua segretaria. La donna ha un’incredibile paura del colore rosso e ogniqualvolta questo gli si palesa davanti agli occhi, Marnie cade nel terrore e nell’angoscia più totale. La stessa cosa accade quando è in presenza di un temporale.
I due cominciano ad uscire insieme e Marnie non si rende conto di essere ormai caduta in trappola. Il suo spasimante, infatti, vistosi rifiutare la sua proposta di matrimonio, costringe la donna a sposarlo in cambio del suo silenzio sulla rapina a Strutt. Marnie allora accetta riluttante, continuando a mentire sulla sua vera identità. I due si sposano e vanno a vivere nella casa del padre di lui, dove vive anche la piccola cognata Lile (un’intrigante Diane Baker) segretamente (ma mica tanto) innamorata di Mark. Lei riuscirà a scoprire che la madre di Marnie in realtà non è morta e, una volta confidatolo a Mark, costui comincerà ad indagare sul passato di sua moglie che prova orrore al solo contatto con un uomo e che si rifiuta perentoriamente di dormire con lui.

Piano piano, Mark si renderà conto che sua moglie ha dei seri problemi psicologici legati ad un terribile ricordo infantile che è poi quello che si ripresenta ogni notte nei suoi incubi indecifrabili. La donna è restia a farsi aiutare, non crede di avere nessun problema psicologico, è solo convinta di voler mantenere intatta la sua virtù, così come la sua adorata madre le ha insegnato. Quella madre che sembra non amarla, non averla mai amata e che non conosce assolutamente le varie traversie di sua figlia. Alla fine Mark, provetto psicologo, riuscirà a risolvere l’arcano e svelare il mistero e la piccola Marnie in un transfert che la riporterà a quella fatidica vicenda della sua infanzia, ritroverà la pace interiore.

Ad aggiungersi alla fitta rete intricata di misteri ed enigmi che Hitchcock ci serve su un piatto d’argento con la sua solita e proverbiale maestria, questa volta abbiamo anche una sorta di trattato psicologico incentrato sul personaggio di Marnie e portato avanti dal personaggio di Mark ed è indicativa a tal riguardo (oltre che estremamente ricca di pathos) la scena dei due che fanno il gioco delle associazioni. Entrambe le componenti sono miscelate con la solita esperienza del regista che riesce ad far alternare nello spettatore un senso di curiosità (su quale sia il problema della donna e il perché di tutte le sue paure e manie) e un senso di terrore e di suspance (le scene della mamma che va a scegliare Marnie per la cena è quanto di più pauroso si potesse desiderare e il bellissimo piano sequenza di Marnie che deve scappare dopo aver svaligiato la cassaforte di Mark, senza farsi udire dalla donna delle pulizie è estremamente denso di tensione). Con la consueta attenzione millimetrica al particolare (la borsetta, la pistola, le chiavi e via dicendo), Hitchcock dirige i suoi attori con mano sapiente riuscendo a far esprimere ad entrambi le diversità dei loro personaggi: Marnie (che avrebbe dovuto essere interpretata da Grace Kelly che si rifiutò all’ultimo minuto) e Frank, la prima estremamente fredda, algida e molto rigida e il secondo estremamente affascinante, caloroso, rassicurante e molto molto simpatico. Non deludono nemmeno i comprimari: soprattutto la giovane Baker nel ruolo dell’enigmatica e sensuale Lile e Louise Letham nel ruolo dell’agghiacciante madre.  
Menzione d’onore alla colonna sonora davvero molto ben confezionata, soprattutto nei momenti di più alto coinvolgimento emotivo, in cui il motivo portante si fa ancora più intenso e all’ambientazione (che va dalla casa di Marnie a quella di Frank, per poi passare dall’ippodromo alle varie ditte presso cui lavora la ragazza).
Unica nota dolente (se proprio ci si vuole cimentare a trovare qualche difetto nei meravigliosi film del maestro) è una soluzione finale un po’ troppo semplicistica
ma sicuramente di grande impatto visivo ed emotivo.

VOTO: 8,5

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Abitualmente fumo dopo mangiato. Perché non torni tra dieci minuti?". "Tra dieci minuti fumerai all'inferno". (da "Per qualche dollaro in più'" 1965)


LOCANDINA


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Categorie: cinema, alfred hitchcock, marnie