postato da Ale55andra alle ore 16:31
giovedì, 29 marzo 2007

REGIA: Sam Mendes

CAST: Kevin Spacey, Annette Benning, Mena Suvari, Tora Beach, Wes Bentley, Chris Cooper, Peter Gallagher,
ANNO: 1999

TRAMA:
Il quarantaduenne Lester Burnham è in piena crisi esistenziale. Si rende conto che il suo matrimonio non è come vorrebbe, abbandona il lavoro, si mette a fare cose che avrebbe dovuto fare da giovane, si innamora dell’amichetta della figlia adolescente, fuma canne con il vicino fino ad arrivare ad un apparente triste epilogo, che tanto triste non è per lui, dato che viene accolto con il suo primo vero sorriso.

 


ANALISI PERSONALE

Questo film all’epoca fece scalpore. Fa quasi senso parlare del 1999 e dire all’epoca, eppure è così. Vinse una caterva di nomination all’Oscar e sinceramente non credo le meritasse tutte.
American Beauty è un film sulla famiglia americana, sui suoi pro e i suoi contro, sulle sue mille sfaccettature, più o meno nascoste, sui suoi segreti e sui suoi perché. Già questo basterebbe a farmi scappare urlando, ma tutto sommato la pellicola nel complesso non delude soprattutto grazie alla scelta degli attori e alla consistente sceneggiatura.

Abbiamo il protagonista, egregiamente interpretato da Kevin Speacy (uno dei miei attori preferiti), che si sente ormai intrappolato nei suoi rapporti convenzionali col prossimo, ma anche con la propria famiglia, sua moglie e sua figlia e che quindi cerca di recuperare quella giovinezza perduta e desiderata allenandosi coi pesi, scarrozzando con la sua decappottabile o fumandosi allegramente delle canne col ragazzo vicino di casa nel tentativo di recuperare emozioni perdute o intrappolate.
Abbiamo poi, la moglie, tipica donna borghese americana che coltiva rose nel suo giardino, e si preoccupa di avere un’esistenza perfetta circondata da cose materiali senza preoccuparsi delle cose essenziali della vita e cioè gli affetti e i sentimenti e che poi si invaghisce pure di un suo collega.
Non è da meno la figlia adolescente, Jane un po’ scontrosa e fuori dal comune che si sente inferiore alle sue compagne, tutte belle e ossigenate e che trova nell’amica Angela, quasi un modello da imitare e seguire.
Abbiamo la stessa Angela, bionda con occhi azzurri e dalle forme perfette, che si sente importante grazie alle attenzioni di Jane e che gioca con la sua sensualità a fare impazzire gli uomini, tra cui lo stesso Lester.
Abbiamo il vicino di casa Ricky che riprende lo spaccato quotidiano americano con la sua telecamera sempre presente, testimoniando l’esistenza del caso come quando inquadra la busta mossa dal vento (paragonata alla piuma di Forrest Gump)  e che fa innamorare di sé Jane.
Abbiamo il padre di Ricky, Frank, una sorta di gendarme fascista un po’ troppo duro e severo e soprattutto anti-gay, cosa che lo porterà alla svolta finale importantissima per tutti i protagonisti di questo film.
Insomma non c’è n’è uno normale, ma sono praticamente quasi tutti scontati. Magari all’epoca non lo erano, non lo so. Ma io l’ho visto qualche mese fa e tutto mi è sembrato così scontato e già detto da farmi desiderare che il film prendesse una piega diversa, ma così non è stato. Con questo non voglio asserire che American Beauty sia un film brutto o poco godibile, ma io credo che poteva essere quasi un capolavoro se non fosse scaduto in alcuni punti nel banale e nel già visto.

Come già detto, le prestazioni degli attori protagonisti non sono state affatto deludenti: prima tra tutte quella del mitico Kevin Speacy che con quel sorriso finale ha quasi innalzato di una spanna il valore dell’intera pellicola, poi Annette Benning che dopo essersi sposata con Warren Beatty sembra essere particolarmente ispirata e non per ultime quelle di Chris Copper nel ruolo di Frank e Wes Bentley nel ruolo di suo figlio Ricky che sono state molto efficaci. Invece, Tora Bearch e Mena Suvari potrebbero anche pensare di cominciare a recitare ruoli diversi da quelle di ragazzine afflitte da problemi esistenziali o meno. (Mena Suvarai ci ha provato con Spun dove interpretava la parte di una drogata mezza schizzata e lì è risultata più che simpatica ed esilarante).

Oltre all’apprezzabilissima sceneggiatura e alla recitazione dei protagonisti molto efficace, mi è piaciuta la voce narrante fuori campo del protagonista che ha dato non pochi spunti di riflessione:

"Chi abbandona le proprie posizioni non rinuncia solo oggettivamente allo spazio, ma anche a una parte di se stesso. Un passo simile può riuscire soltanto a una condizione: che individuo e ruolo si separino. L'ethos dell'eroe consiste appunto nella sua ambivalenza".

L’ambientazione dello spaccato americano coi suoi quartieri midlle-class abitati da gente borghese è ben resa anche se poteva essere molto più caratterizzata e la fotografia non è affatto deludente. E’ entrata ormai nell’immaginario collettivo l’immagine della ragazzina nuda avvolta da petali di rose.

 


Non è entrato di certo tra i miei film preferiti, ma pur nella sua scontatezza, dà degli spunti di riflessione non indifferenti.
Consigliato agli amanti di Kevin Speacy (è impedibile questa sua interpretazione a mio avviso). Sconsigliato a chi non vuole annoiarsi per due ore con la solita solfa della famiglia americana più o meno sfasciata.

 
Regia: 6
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8
Fotografia: 7
Colonna sonora: 6
Ambientazione: 6,5
Voto finale: 7



CITAZIONE DEL GIORNO

La gente ha paura di quello che non riesce a capire. (John Hurt (John Merrick) in "The Elephant Man")

 


LOCANDINA

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Categorie: cinema, american beauty