REGIA: Brian de Palma
CAST: Kel O’Neal, Ty Jones, Izzy Dias, Rob Devaney, Patrick Carroll, Mike Figueroa
ANNO: 2007
TRAMA:
Un gruppo di soldati americani di istanza in un villaggio iraqueno, dopo settimane e settimane di posti di blocco snervanti ed estenuanti e dopo la perdita di un loro commilitone ucciso da una mina, decidono di stuprare una ragazzina quindicenne e subito dopo, in preda a ad una malvagità costernante e sotto l’effetto dell’alcool, le danno fuoco uccidendo anche i suoi famigliari, tra cui una bambina di sei anni.

ANALISI PERSONALE
Una storia vera? Si, ma de Palma ce la mostra rendendola quasi finta, anzi togliamo il quasi. Traendo spunto da una vicenda realmente accaduta, Brian de Palma trova l’occasione per ribadire un concetto a lui caro: non sempre, anzi quasi mai, quello che vediamo, quello che ci viene mostrato è accaduto così come ci viene mostrato. Non sempre quello che ci viene presentato come la verità, è realmente la verità. E, soprattutto, non sempre esiste una verità assoluta, dato che di una stessa vicenda possiamo cogliere diversi punti di vista a seconda che questa venga vista tramite occhi diversi. In questo caso gli occhi sono i vari mezzi di informazione: i tg, i documentari, i video su youtube, i blog, i giornali, i documenti, e infine, ma soprattutto, il cinema. Il regista si serve della finzione per dimostrarci il suo punto di vista. Egli stesso ci consiglia di non fidarci ad occhi chiusi di tutto quello che ci viene detto e soprattutto mostrato e quindi, prima di tutto, di cominciare a non fidarsi soprattutto di quello che vediamo sullo schermo, nel suo film. Insomma, con un ragionamento contorto da esprimere (ma semplice da intuire a fine visione), de Palma usa le stesse armi da lui condannate, per dimostrare la negatività e l’inaffidabilità delle medesime. Non a caso durante la visione della pellicola appare lampante che quelli che stiamo guardando non sono dei veri soldati, che quelli che stiamo osservando non sono davvero dei villaggi iraqueni, che i discorsi che ascoltiamo sono assolutamente e volutamente fittizi. Redacted (termine che sta ad indicare proprio la manipolazione e la censura di qualsiasi verità, censura della quale lo stesso film è stato vittima, dato che nel nostro bel paese non uscirà mai al cinema: della serie Redacted è stato redacted…), non è un film sulla guerra, ma è un film “nella guerra” e più precisamente riguardante la guerra delle immagini, la guerra così come noi la conosciamo, ma così come non è realmente.
Se narrativamente è altamente lineare e quasi didascalico, registicamente cambia tono numerose
volte. Lo stesso avvenimento ci viene mostrato prima tramite la telecamera di uno dei soldati che aspira ad entrare nel mondo del cinema e che quindi si “diverte” a filmare la sua esperienza militare, poi da un fittizio documentario francese, poi da un servizio televisivo giornalistico, poi da un video suestremamente esplicativo e dimostrativo degli intenti e del messaggio contenuto nella pellicola: una didascalia ci avverte che stiamo per guardare delle vere foto di vittime della guerra e subito dopo queste ci vengono mostrate con un sottofondo musicale che sfiora il melodrammatico (ovviamente volutamente) e con i volti e soprattutto gli occhi delle persone ritratte oscurati da un pennarello (così come oscurate dal pennarello erano certe parti dei documenti attestanti il “fattaccio” avvenuto in questo villaggio iraqueno).
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Questa scelta finale sta a dimostrare, se ancora ce ne fosse stato bisogno dopo un film che mostra con evidenza il suo intento, che la verità non sta mai negli occhi di chi la guarda, ma in quelli di chi la vive in prima persona. E quindi, neanche questo film ce la potrà mai mostrare (ecco il perché dell’oscuramento dei volti e del voler caricare emotivamente e quindi quasi in maniera fittizia il passaggio di queste foto con quella musica strappalacrime). A voler rendere ancora più lampante questo fortissimo messaggio che porta con sé delle riflessioni talmente profonde da non potersi contenere in una sola recensione, de Palma avrebbe potuto scegliere come protagonisti di questa sua pellicola attori famosissimi (che chiunque avrebbe faticato a credere dei veri soldati), a rimarcare la sua “simulazione della simulazione della simulazione…della verità”. Ma anche senza questo accorgimento, de Palma riesce a colpire nel segno, e il colpo è davvero molto potente, rischia di farci rimanere secchi.
Evitando quel didascalismo di cui sopra (molto probabilmente inevitabile, dato che si stenta a credere che sia stato pensato con questo fine), il film sarebbe stato un vero e proprio capolavoro dato che riesce a mostrare la contrarietà ad una determinata pratica, proprio utilizzando la stessa, cosa che sembra quasi impossibile ed inconcepibile, ma come si suol dire “vedere per credere”. La cosa importante non è lo stupro della ragazza, non è la testa mozzata di uno dei soldati (che si è “meritato” questa fine proprio per lo stupro da lui effettuato con i suoi compagni), non è la denuncia dell’atto da parte di uno dei soldati che si era tirato indietro e che non era riuscito a fermare lo scempio che si stava per svolgere davanti ai suoi occhi, scappando perché minacciato da una pistola e denunciando poi il tutto anonimamente con un video su youtube; ma è proprio la rappresentazione e la comunicazione di tutto ciò, che diventa via via più artefatta, più lontana dalla verità, più ingannevole man mano che passa da un mezzo d’informazione all’altro.
Accompagnando le vicende dei giovani soldati con la musica utilizzata anche da Kubrick nel suo capolavoro Barry Lyndon (un riferimento cinematografico che contribuisce a sottolineare l’artificiosità di ciò che stiamo guardando?), il film è una vera mina che scoppia nei nostri cervelli e li costringe a relazionarsi con quello che si è appena finito di vedere e soprattutto ci spinge, anz
i quasi ci costringe, a riflettere su ciò che avviene sotto (anzi davanti) ai nostri occhi ogni giorno (ma si potrebbe anche dire ogni ora, ogni minuto, ogni secondo…). Più che un film contro la guerra (certo gli americani non ci fanno proprio una bella figura) è un film che non pretende di avere una netta posizione politica, ma che forse desidera affermare la propria visione di un fenomeno moderno e quanto mai vivo e reale, pur nella sua lampante irrealtà.

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: Brian de Palma
CAST: Danny De Vito, Joe Piscopo, Harvey Keitel
ANNO: 1986
TRAMA:
Harry Valentini e Moe Dickstein sono amici sin da bambini e lavorano per il boss mafioso Frank Costelo. Dopo aver sottratto un’ingente somma di denaro, datagli dal capo per scommettere su un cavallo, i due amici si ritrovano in un mare di guai.

ANALISI PERSONALE
A fine visione, che per fortuna dura un’oretta e mezza scarsa, viene da chiedersi se abbiamo assistito proprio ad un film del grande Brian de Palma o magari abbiamo letto male i titoli di testa. Possibile che l’artigiano della settima arte, l’abile cineasta che ci ha regalato un sacco di capolavori e di chicche registiche, abbia girato una scialba commedia che pare essere la parodia della parodia del gangster-movie? Se si riesce a trovare qualcosa di positivo in questa sorta di “sottogenere” della commedia è in quei film come Un boss sotto stress o Terapia e pallottole ma giusto perchè ad interpretarli c’è lo stesso immenso De Niro che ha contribuito a rendere grandi i ganster-movies. Con la premessa che si tratta di una parodia voluta, bisogna comunque ammettere che poteva essere diretta con l’originalità e la singolarità che di solito caratterizza il geniale de Palma. E invece ci tocca sorbirci un Joe Piscopo che gigioneggia alla grande e un Danny De Vito che fa il Danny De Vito…
Così i due cominciano una fuga per salvarsi la pelle. Sono diretti ad Atlantic City, dove c’è lo zio di Harry, un tempo amico di Costelo. Harry crede di poter trovare aiuto presso la sua famiglia, ma quando arriva a destinazione si rende conto che suo zio è morto e viene anche abbandonato da Moe, ormai stanco di essere preso in giro (Harry infatti gli aveva detto di aver parlato al telefono con lui, anche se questo non era vero).
Dopo numerose peripezie e grazie anche all’aiuto di un amico di vecchia data, Bobby (interpretato da Harvey Keitel in un simpatico cameo), i due riusciranno a cavarsela in maniera rocambolesca…
le sorti di un film che si rivela mediocre su tutti fronti, anche perché come se non bastasse cu si cimenta in richiami a grandi film come Taxi driver che contribuiscono solo ad aumentare il livello di irritamento causato dalla delusione di un film che gioca volutamente con lo stereotipo e il luogo comune (la nonna napoletana, il boss siciliano e via dicendo), ma che non riesce a farlo con la dovuta classe e con il dovuto rigorismo tecnico che si pretende da un regista di cotale fama e livello che è riuscito a farsi perdonare ad un solo anno di distanza con l’uscita dell’indimenticabile Gli intoccabili.
CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: Brian De Palma
CAST: John Lightow, Steven Bauer, Lolita Davidovich
ANNO: 1992
Il dottor Carter Nicks, sposato con una bambina, è affetto da vari sdoppiamenti della personalità, causati dal padre, uno scienziato pazzo che ha dedicato la sua vita agli studi delle personalità multiple.

ANALISI PERSONALE
Ci troviamo di fronte ad un De Palma d’annata. Per intenderci, sono ancora lontani i tempi in cui il regista si dedicherà a storie di gangstar ambientate in tempi moderni o antichi. Ci troviamo, invece, in quel filone di film che appartengono a quella serie che comprende Vestito per uccidere o Omicidio a luci rosse o Blow out. Tutti in bilico tra il thriller, l’horror, il grottesco e se vogliamo il volutamente ridicolo. In questo caso al centro della storia non ci sono omicidi a sfondo sessuale o politico, ma si tratta di uno sguardo (se vogliamo anche superficiale) sugli sdoppiamenti della personalità e su come questi possano discolpare o meno tutte le altre personalità che in realtà non hanno compiuto gli efferati omicidi.
La scena si apre su una parcogiochi, dove lo psicologo Nicks porta la sua amata bambina a giocare e dove subito dopo da un passaggio alla sua amica e al suo bambino. Lungo il tragitto verso casa cerca di convincere la donna a portare suo figlio nella clinica psichiatrica amministrata da suo padre in Norvegia la quale si occupa di studiare a fondo tutti i progressi di crescita e apprendimento dei bambini sotto i tre anni. In realtà, molto presto si scopre che Nicks padre è “fissato” con lo studio delle personalità multiple tanto da essere arrivato, in passato, a crearle su suo figlio stesso sottoponendolo ad un’infanzia violenta per poterne studiare da vicino ogni singolo cambiamento. Ed è così che il povero Carter dovrà cavarsela a convivere con tutti i suoi altri sé, tra cui il più temibile è sicuramente Caino che si occupa di rapire bambini per suo padre, dato che sta cercando ancora di dimostrare le sue teorie. Ed è così che Caino, ammazza l’amica di Carter e rapisce il suo bambino portandolo in un sudicio motel da suo padre che forse non ha più bisogno di lui che è una testa calda e che quindi tenta di liberarsene per far tornare il più mite e obbediente Carter al comando. In realtà, Caino finge solo di essere stato eliminato, ma continua ad esercitare la sua influenza sul suo “fratello gemello”, costringendolo ad ammazzare la moglie beccata in flagrante mentre lo tradiva e a consegnarli quindi sua figlia (ma chissà se poi l’omicidio andrà a buon fine) e a far incolpare di tutto ciò il povero Jack, l’amante inconsapevole di quello a cui sta andando incontro.
La polizia però, subodora il complotto e richiede il parere della dottoressa Valdine che in passato era stata l’assistente del vecchio dottor Nicks, che aveva però abbandonato a causa di un diverso modo di concepire il proprio lavoro: Nicks aveva scritto un libro su Caino (che non era stato mai mostrato alla dottoressa Valdine) e ne aveva tratto tutti i profitti possibili, anche quelli provenienti dai diritti d’autore per una versione cinematografica del libro, mentre la dottoressa riteneva ingiusto guadagnare sulle disgrazie altrui, senza sapere che in realtà quelle disgrazie erano state create ad arte dal suo “maestro”.
Chiamata a collaborare con la polizia, su suggerimento di un poliziotto in pensione, che si era occupato del dottor Nicks in passato, la dottoressa rimane impressionata dalla folgorante somiglianza di Carter con il suo apparentemente defunto padre (in realtà Nicks padre aveva finto il suicidio 18 anni prima per poter continuare nell’ombra i suoi propositi criminali) e capisce subito che in realtà si trova proprio di fronte a quel Caino che tanto avrebbe voluto conoscere mentre ne studiava la personalità. Dopo un rilevante colloquio con Carter e alcune delle sue varie personalità (il bambino Josh, la donna Margo, e via dicendo), Caino prende il sopravvento e riesce a scappare rubando la parrucca della Valdine (malata di cancro e costretta ad indossarne una) e a recarsi da suo padre, inseguito però da “una persona che ci tiene a ritrovare sua figlia”.
Il finale vedrà mettersi tutto per il meglio, ma in realtà il pericolo è sempre dietro l’angolo.
Doppia personalità (titolo originale Raising Caine che è poi anche il titolo del libro scritto dal dottor Nicks) è una pellicola ricca di rimandi e citazioni hitchcoockiane, che strizza l’occhio all’horror di genere e al thriller ricco di suspance. A fare da contorno la solita ottima collaborazione di Pino Dosaggio che con le sue musiche riesce a perfezionare la geniale regia di De Palma che con tocchi da maestro ci regala delle scene da antologia come quella del colloquio tra Carter/Josh/Margo/Caino (un applauso a John Lightow che si lancia in un vero e proprio show) e la dottoressa Valdine nella quale i primi piani dei due interlocutori si susseguono con crescente tensione creando nello spettatore, grazie anche ad una speciale colonna sonora, quel giusto mix di paura, mistero e suspance.
Il tutto viene narrato con la solita maestria di De Palma che sembra quasi divertirsi a giocare col genere, anzi coi generi, a mettere parrucche ai suoi attori, a giocare sui primi piani e sulle inquadrature ravvicinate, a soffermarsi sui volti dei cadaveri nei bagagliai, a far sgorgare sangue dai polsi dei suoi protagonisti, a sfiorare volutamente il grottesco che si lega inevitabilmente al ridicolo. Il tutto eseguito con uno stile ineguagliabile che porta lo spettatore a passare attraverso gli incubi di Jenny (la moglie di Carter), che diventano poi incubi negli incubi, intricando la vicenda e connotandola
di quell’alone misterioso che tiene alto il livello d’attenzione e di curiosità sulle sorti della donna, di sua figlia e delle altre vittime di Caino e company.
Di certo non un capolavoro, ma sicuramente un film di discreta fattura che si lega inesorabilmente al nome del suo regista, abile (anzi abilissimo) nel costruire ogni scena ad arte riuscendo a rendere una storia che sarebbe di per sé mediocre e poco interessante, degna di nota.
Sceneggiatura: 7
Recitazione: 8
Fotografia: 7
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 7
Voto finale: 7,5

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: Brian de Palma
CAST: Sean Penn, Al Pacino, Viggo Mortensen, Penelope Ann Miller
ANNO: 1993
Harlem, 1975. Carlitos Brigante, malavitoso portoricano esce di prigione dopo tanti anni deciso a cambiare vita una volta per tutte. Sistemati i suoi ultimi affari, desidera andare via con la sua donna Gail, ma una serie di circostanze avverse tra cui l’amicizia del suo avvocato David Kleinfeld che lo tiene legato a sé in quanto gli ha risparmiato 30 anni di carcere, gli impediranno di vedere realizzati i suoi desideri…

ANALISI PERSONALE
Questo è uno di quei film che da bambina e poi da ragazzina guardavo quasi ogni giorno insieme a quei grandi capolavori che sono C’era una volta in America, Nuovo Cinema Paradiso o Scarface. Ci ero talmente affezionata che conoscevo quasi tutte le battute a memoria, ma non mi stancavo mai di rivederlo. All’epoca lo idealizzai come mio film preferito in assoluto, dato che ancora non conoscevo in maniera approfondita questo magico mondo che è il cinema. Con gli occhi da adulta e col senno del poi, non posso certamente asserire che questo sia ancora il mio film preferito, ma posso di sicuro ammettere che è uno dei film a cui sono più affezionata e che ha moltissimi aspetti che fanno dal godibile al meraviglioso. Primo aspetto meraviglioso ad esempio è la fantastica regia di quell’artigiano delle immagini che è Brian de Palma che riesce con ogni sua pellicola a donare agli spettatori degli esempi di abile maestria con delle scene, dei piani sequenza, delle inquadrature davvero memorabili. Altro aspetto meraviglioso, forse il primo su tutti: Al Pacino, che riesce a sorprendere con l’altissimo livello recitativo e l’estremo grado di espressività e comunicatività che riesce a donare ad ogni suo singolo personaggio. In questo caso ci troviamo di fronte ad un uomo estremamente combattuto tra la sua vera natura di delinquente e il desiderio, dettato principalmente dall’amore verso la sua Gail, di cambiare, di diventare un uomo onesto, di uscire da quella “merda”. Le intenzioni ci sono tutte, ma stavolta il destino, il caso e anche lo zampino di qualche personaggio poco raccomandabile, gli impediscono di diventare l’uomo che Gail vorrebbe accanto, un uomo affidabile che si guadagna da vivere senza infrangere la legge e che non rischia ogni giorno di finire in prigione o, peggio ancora, di morire assassinato a causa di qualche resa dei conti.
Il tutto ci viene narrato dalla voce fuori campo dello stesso Carlito, che sin dall’inizio ci fa capire che non assisteremo ad un happy ending. Cinque anni prima era andato in prigione, salutando per sempre la sua fidanzata Gail credendo di dover scontare un ergastolo, ma grazie all’amico e avvocato David, riesce a cavarsela scontando appunto solo cinque anni. All’uscita di prigione, Carlito è un uomo diverso, segnato forse dall’esperienza carceraria. Ritorna nel suo vecchio quartiere, dove nulla sembra essere cambiato: ci sono sempre i suoi vecchi compari e malavitosi del suo giro. Ma Carlito va avanti per la sua strada, senza negare l’amicizia a nessuno dei suoi vecchi compagni, preferisce tenersi alla larga dai loro loschi affari e prende in gestione un locale notturno, col progetto di mettere da parte abbastanza soldi per poi andare ai Caraibi e aprire un autonoleggio per vivere nell’onestà insieme alla sua amata Gail.
Ma come suddetto, ci penserà il destino e l’ineluttabilità del fato a mettergli i bastoni tra le ruote, perché il suo amico David (un fantasmagorico Sean Penn quasi irriconoscibile) si metterà nei guai con un boss della mafia. Carlito è mosso da un sentimento non solo di amicizia, ma soprattutto di riconoscenza verso David che l’ha salvato dalla prigione a vita, e quindi si prodiga (pur senza volerlo) per aiutare e tirare fuori dai guai il suo avvocato cocainomane e corrotto. Per risolvere i suoi problemi non tarderà a ricorrere alle armi, cosa che aveva deciso di non fare mai più nella vita, e quindi a mettersi contro persone “pericolose”, mettendo a rischio i suoi progetti futuri ma soprattutto la propria vita.
Carlito tenterà in tutti i modi di non invischiarsi e di non farsi “seccare” da quei mafiosi contro cui si è messo, ma molto spesso il pericolo viene da chi meno ci si aspetta, magari da quelli che si considerano i propri confidenti, e infatti il nostro “eroe”, in procinto di scappare con la sua Gail sul treno che li porterà verso un nuovo futuro, viene tradito proprio da Pachanga (il prezzemolino di turno Luiz Guzman che troviamo in quasi la metà di tutte le pellicole Hollywoodiane, ma che ci sta sempre bene), suo collaboratore al locale nonché amico fraterno. E in una delle sequenze finali più belle che io ricordi (che richiama moltissimo anche quella de Gli intoccabili dello stesso de Palma), per il nostro Carlito, dopo la consapevolezza di essere stato tradito per un “pugno di dollari” dal piccolo Pachanga, arriverà anche la certezza di non poter vedere esauditi i suoi sogni e quelli di Gail.
Questa pellicola è stata tratta dal romanzo di Edwin Torres After Hours, ma il titolo è ispirato al primo romanzo dello scrittore, per non confondere questo film con il Fuori orario di Scorsese.
Quello che più colpisce, a parte la storia in sé per sé che a tratti può risultare addirittura banale, scontata o comunque già vista e rivista, è proprio lo stile con cui viene narrata. E non parlo solo dello stile registico. Infatti, al di là di questo e del livello recitativo “mostruoso” (tra Sean Penn e Al Pacino è un’ardua lotta tra titani), siamo messi di fronte ad una strabiliante sceneggiatura molto intensa e
introspettiva che delinea perfettamente la profondità del personaggio di Carlito a tratti carismatico a tratti quasi insicuro, soprattutto in relazione a Gail. Per non parlare poi dell’ambientazione apprezzabilissima che mostra un “mondo”, anzi un “micromondo” come quello della malavita portoricana e non in maniera egregia.
Carlitos’ way è uno di quei film che rimangono di certo impressi e che non si dimenticano facilmente per l’alto grado di intensità e passionalità di cui è intriso.
Regia: 8,5
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 9
Fotografia: 8
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

“Tutti sporchi. Non è rimasto nessuno... Non me la vado a cercare io, questa merda: è lei che mi insegue...”.
CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

Informazioni tratte da Wikipedia
Brian Russell De Palma (Newark, New Jersey, USA, 11 settembre 1940) è un regista e sceneggiatore
E' considerato uno dei registi che hanno contribuito alla New Hollywood. statunitense di origini italiane.
Il primo lungometraggio di De Palma Murder à la Mode (1968) ottiene da subito un buon successo; subito dopo lavora con l'esordiente Robert De Niro in Ciao America! (1968) e Hi, Mom! (1970).
Grazie a queste prime opere, nelle quali dimostra già un grande talento, e nonostante sia ancora un regista esordiente, riesce a lavorare con attori di un certo spessore come Robert Mitchum in Dionisio nel '69 (1970), Charles Durning in Le due sorelle (1973), Rod Steiger e Orson Welles nella commedia Conosci il tuo coniglio (1972), ancora Welles, affiancato da Robert Shaw, in Il fantasma del palcoscenico1974). Grazie a quest'ultimo De Palma ottiene fama internazionale. (
Carrie, lo sguardo di Satana (1976), tratto da un romanzo di Stephen King, con John Travolta e Sissy Spacek, e Complesso di colpa (1976), nel quale De Palma dirige due colleghi registi come Cliff Robertson e John Carpenter, confermano De Palma come uno dei registi più apprezzati del momento.
Minor successo, sia di pubblico che di critica, ottengono i successivi Vizietti familiari (1978), una commedia, e Fury (1978), entrambi con Kirk Douglas; nel secondo De Palma adopera alcune tecniche che Dario Argento aveva usato in Profondo rosso (1975).
Dopo Vestito per uccidere (1980) arrivano i grandi successi come Blow Out (1981), con John Travolta, e Scarface (1983), sceneggiato da Oliver Stone che si rifà al capolavoro di Howard Hawks e Ben Hecht del '32, decidendo di impiegare il suo attore favorito, Al Pacino, nel ruolo che fu di Paul Muni e di affiancarvi la splendida ed allora poco conosciuta Michelle Pfeiffer. Anche Omicidio a luci rosse (1984) ottenne un buon successo, benché i produttori volessero Robert Redford o Paul Newman al posto di Craig Wasson.

Dopo l'insuccesso di Cadaveri e compari (1986), torna al successo con uno dei suoi capolavori assoluti, Gli Intoccabili (1987), con un cast all-star: Kevin Costner, Robert De Niro, Andy Garcia e Sean Connery, il quale - scelto all'ultimo dal regista, che aveva optato precedentemente per Kirk Douglas, Gene Hackman James Stewart - vincerà un Oscar come "miglior attore non protagonista". e
Ottiene un discreto successo anche con Il falò delle vanità (1990), con Tom Hanks, Melanie Griffith e Tippy Heldren, e torna a lavorare con Al Pacino in Carlito's Way (1993), rifiutando Dustin Hoffman.
Dopo aver diretto Tom Cruise in Mission: Impossible (1996), seguono due "flop" come Omicidio in diretta (1998), con Nicolas Cage, e il fanta-horror Mission to Mars (2000), con Tim Robbins e Gary Sinise.
Recentemente è stato distribuito il suo ultimo film, The Black Dahlia, tratto dal romanzo di James EllroyDalia nera, con Josh Hartnett, Scarlett Johansson e Hilary Swank.
Il suo prossimo progetto, in pre-produzione, sarà l'horror Toyer, atteso per il 2007. Si vocifera, inoltre, di un prequel de Gli intoccabili. Il nuovo film, intitolato The Untouchables: Capone Rising, dovrebbe raccontare l'asces a al potere del boss italo-americano, vista attraverso gli occhi di Malone, il poliziotto di origine irlandese interpretato nella pellicola originaria da Sean Connery.Si vocifera che tra i progetti del regista ci sia il film Redacted, storia di una ragazza irachena violentata e uccisa da un gruppo di americani. Il film è previsto per il 2007.
