postato da Ale55andra alle ore 12:24
sabato, 26 aprile 2008

REGIA: Billy Wilder

CAST: Gloria Swanson, William Holden, Eric Von Stroheim, Nancy Olson, Cecil B. de Mille, Buster Keaton
ANNO: 1950

TRAMA:

Uno sfortunato scrittore di soggetti, Joe Gillis, fa per caso la conoscenza di una diva del muto in decadenza, Norma Desmond. Questa lo ingaggia per aiutarla a finire la stesura di una sceneggiatura su Salomè e lo ospita in casa sua. Ben presto se ne innamorerà e lo ricoprirà di regali e attenzioni morbose. Inizialmente Joe si rifiuterà, ma poi vedrà in questa opportunità, l’occasione per sfondare nel mondo del cinema con i suoi soggetti.

 



ANALISI PERSONALE

 
Quando un film si può definire capolavoro? Quali sono i criteri che ci portano a questa definizione? La regia, il cast, la sceneggiatura, le scenografie, insomma tutti gli aspetti tecnici, verrebbe da rispondere. In parte è vero, ma in questo caso (come in pochi altri) si aggiunge un elemento sbalorditivo: Viale del tramonto è un viaggio cinico e spietato nel mondo del cinema che conserva ancora oggi, a più di 50 anni di distanza, una fortissima attualità e rispondenza alle logiche a volte perverse e crudeli di un mondo che dovrebbe essere tutto votato all’arte e alla magia delle storie che racconta, ma che molto spesso si riduce ad essere un business, un’impresa che dimentica tutti i suoi “operai” (scrittori, sceneggiatori, macchinisti, elettricisti, divi del passato), lasciando spazio solo a coloro che costituiscono un guadagno, una rispondenza di mercato.
La parabola discendente di Norma Desmond (un personaggio ormai entrato nel nostro immaginario collettivo) e il suo inconsapevole cammino verso gli inferi, raccontano proprio questo e lo fanno mascherandosi da noir, peraltro ottimamente costruito. A narrarci le vicende è Joe Gillis, uno spiantato scrittore di soggetti che ha problemi economici e che non sa come fare a proteggere la sua auto dalla mano dei suoi creditori. Ma la cosa straordinaria è che Joe, ci racconta questa storia da morto. Il film comincia proprio così, con il suo cadavere galleggiante su una piscina di una villa del Sunset boulevard (il viale del tramonto, metafora anche della caduta di una famosissima e grandissima diva del muto), che cerca di raccontarci i sei mesi precedenti alla sua morte, prima che qualche giornale riporti la sua verità distorta. In questi sei mesi avviene l’incontro fatidico tra queste due personalità molto differenti tra loro: l’attrice cinquantenne che vive ancora nel ricordo della sua giovinezza e della sua fama e che attribuisce la sua decadenza all’avvento del sonoro nel cinema, ma che ancora non si rassegna ad abbandonare quella che è forse la sua unica ragione di vita e lo scrittore di belle speranze che non vuole tornare a scrivere per un giornaletto di provincia, ma vuole
sfondare e diventare ricco per non dover essere più inseguito da creditori che vogliono togliergli l’auto. La prima (la straordinaria Gloria Swanson, ex-diva del muto, che non recitava da almeno 15 anni e che quindi era perfetta per la parte, rifiutata da un sacco di altre dive prima di lei) è una donna sostanzialmente sola, disperata e ancorata ad una realtà fasulla nella quale crede ancora di poter avere una chance, anche grazie al fatto che il suo maggiordomo (il grandissimo Eric Von Stroheim) continua ad alimentare le sue false speranze;

il secondo (l’affascinante William Holden anch’egli scelto dopo il rifiuto di numerosi divi che non vollero interpretare la parte di una sorta di gigolò o amoreggiare con una donna in età avanzata) è un uomo cinico e materialista, che alla fine però arriva a disprezzarsi per essersi concesso a Norma pur non amandola (come dimostra la scena nella quale mostra alla sua amata Betty lo squallore al quale si è sottoposto).
Billy Wilder riesce a rendere perfettamente l’idea e il messaggio che sta alla base di questa meravigliosa pellicola, anche giocando con dei camei davvero memorabili come quello di Buster Keaton, compagno di bridge di Norma e soprattutto come lei fantasma dimenticato dal cinema o quello di Cecil B. de Mille che ci tiene a non far soffrire la sua vecchia amica e cerca di non causarle ulteriori dolori dovuti al rifiuto del suo copione su Salomè.
Viale del tramonto ci regala oltre a questa bellissima riflessione senza tempo sul mondo del cinema, alcune sequenze davvero memorabili: quella della proiezione in casa di Norma di uno dei suoi vecchi film muti (trattasi de La regina Kelly che vedeva Gloria Swanson come protagonista e Von Stroheim come regista); quella in cui Norma si esibisce per il suo amato, imitando Charlot; quella della festa di Capodanno durante la quale Joe rifiuta Norma; quella nella quale Norma si reca a visitare il set di de Mille e un operatore le punta il riflettore sul volto causando il visibilio di tutti i presenti nel teatro di posa (metafora del fatto che tutti possono diventare dei divi se hanno il riflettore puntato addosso); quella iniziale del funerale della scimmia (che contribuisce a donare al personaggio di Norma quel senso del ridicolo e al contempo compassionevole); e quella famosissima finale della discesa di Norma lungo le scale che ci mostrano il suo volto ormai planato in un’altra dimensione. E’ proprio lei, Gloria Swanson, con la sua magnifica interpretazione a rendere questo film un vero e proprio capolavoro intramontabile. Con i
suoi occhi sempre più persi nel nulla e alcune volte quasi terrificanti, la grande diva ha dato vita ad un personaggio indimenticabile che racchiude in sé tutta una serie di emozioni che si trasferiscono facilmente anche nello spettatore meno sensibile.
Con tre Oscar all’attivo (scenografia, colonna sonora e sceneggiatura), Viale del tramonto costituisce una pietra miliare della cinematografia, un importantissimo e non trascurabile pezzo di storia del cinema destinato a rimanere per sempre nei cuori degli appassionati.

VOTO: 10

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"Allora dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?". "Ronald Reagan". "Ronald Reagan??? L'attore ?? Hah!! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady e John Wayne il Ministro della Guerra!". (da "Ritorno al Futuro" di Robert Zemeckis) - Un incredulo Doc Brown chiede informazioni sul futuro a Marty)


LOCANDINA


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Categorie: cinema, capolavori, viale del tramonto

postato da Ale55andra alle ore 13:24
martedì, 08 gennaio 2008

REGIA: Todd Haynes

CAST: Christian Bale, Cate Blanchett, Richard Gere, Heath Ledger, Charlotte Gainsbourg, Michelle Williams, Marcus Karl Franklin, Ben Whishaw, Bruce Greenwood, Julianne Moore
ANNO: 2007

TRAMA:

La personalità del grande arista Bob Dylan viene mostrata attraverso sei storie di sei personaggi differenti, ognuno dei quali incarna un momento della vita e della carriera del menestrello.

 



ANALISI PERSONALE

Un Paradiso per gli occhi e per le orecchie questo Io non sono qui di Todd Haynes che riesce a stregare ed ammaliare per due ore e un quarto, tenendo lo spettatore sospeso in un mondo magico e  fantastico. Gli aggettivi si sprecano: onirico, visionario, indecifrabile, poetico, affascinante, psichedelico, stupendamente grottesco, intensissimo ma soprattutto egregiamente recitato, fotografato, musicato e diretto.
Sei sono i personaggi che di volta in volta rappresentano una parte della personalità del grande Dylan e sei sono le fantastiche storie di cui sono protagonisti.

Il primo è l’undicenne Woody (Marcus Karl Franklin) scappato da un riformatorio per andare a salutare sul letto di morte il suo idolo e la fonte della sua ispirazione, l’omonimo Woody Guthrie (chiaro riferimento al cantautore folk, mentore e figura di riferimento per Bob). Da uno treno merci all’altro il ragazzino attraversa il paese continuando a suonare la sua amata chitarra.
Abbiamo poi il cantautore politicizzato Jack (Christian Bale) che ci viene raccontato tramite un’intervista alla sua ex compagna (Julianne Moore) e che dopo l’assassinio di Kennedy del quale parlò in un’intervista venendo frainteso da giornalisti e spettatori, si convertì divenendo il pastore John (altro riferimento alla famosa conversione del cantautore).
C’è anche il sexy attore Robbie (Heath Ledger) che trascura la famiglia a causa dei suoi continui spostamenti e che passa di letto in letto continuando a tenere nel cuore solo la sua amata moglie pittrice (Charlotte Gainsbourg).
A rappresentare un periodo buio della carriera di Dylan nel quale critica e pubblico lo accusava di imperscrutabilità e “giudaismo” c’è la favolosamente androgina Cate Blanchett che interpreta il
cantante ribelle e maledetto Jude (il nome non è stato dato a caso) vessato da un giornalista opprimente (Bruce Greenwood) e ossessionato da una figura femminile, l’eterea Coco (Michelle Williams).
Fa parte del parterre di personaggi a lui ispirati il grande Billy (Richard Geere) a sua volta ispirato al bandito Billy the kid che sta a rappresentare il Dylan odierno, il Dylan invecchiato, che scappa dalla sua cittadina inseguendo la libertà e in un treno merci ritrova l’amata chitarra del piccolo Woody quasi a chiudere il cerchio della storia.

A tenere le fila (davvero difficili da seguire ma sicuramente ammalianti) c’è Arthur (Ben Whisaw) ovvio riferimento al poeta Rimbaud a cui Dylan si è più volte ispirato che racconta la sua poetica e la sua arte e che rappresenta la voce narrante della pellicola e a cui sono affidate le parole forse più belle dell’intera pellicola soprattutto quando elenca i sette metodi per vivere “alla macchia”, anche se bisogna ammettere che è davvero difficile riuscire a trovare qualsiasi buco o momento di stasi nella meravigliosa, affascinante e a tratti poetica a tratti praticissima sceneggiatura.
Ognuno di loro ha qualcosa da raccontare ed ognuno di loro ha vissuto e vive una vita fantastica.

Io non sono qui è un viaggio attraverso il tempo, la musica, la passione che il regista riesce abilmente a trasmettere non scadendo nella banale autobiografia (che lo stesso Dylan si è più volte rifiutato di sottoscrivere, riservato com’è) ma affastellando fotogramma dopo fotogramma meravigliose immagini ricche di significati più o meno nascosti, di rimandi e richiami (l’incidente in motocicletta per dirne uno ma soprattutto lo stupendo quanto stranissimo richiamo ai Beatles).
Ogni filone poi è volutamente contrassegnato da uno stile registico diverso (espressamente felliniano quando seguiamo le orme di Jude con stupendi richiami a quel capolavoro che è Otto e mezzo o magnificamente onirico quando guardiamo Woody venire inghiottito da una balena) e soprattutto da un differente uso della fotografia: dai toni e colori freddi nel “capitolo” dedicato a Robbie e oppostamente calda e colorata in quello incentrato su Woody e Billy entrambi provenienti dal paese di Enigma, fino ad arrivare ad un bianco e nero chiaro ed elegante che incornicia i movimenti nervosi di Jude e sgranato quando ascoltiamo ed osserviamo parlare il “maledetto” Arthur. Ad ogni spezzone sono assegnate, non a caso, diverse canzoni del menestrello quasi a raccontare la sua vita e la sua storia proprio tramite le sue parole (quasi tutte le sue canzoni infatti sono ispirate alla sua vita reale),
tutte una più strabiliante dell’altra a formare una colonna sonora insostituibile ed indimenticabile. Dopo due ore e un quarto, insomma, non siamo ancora sazi e se ne vuole ancora e ancora: ancora musiche emozionantissime, ancora immagini evocative, ancora interpretazioni al di là della perfezione grazie ad un cast in questo caso davvero stellare (da standing ovation quelle della Blanchett e di Bale e particolarmente intense e comunicative quelle di tutti gli altri numerosi attori che si susseguono in un via vai di sentimenti, sensazioni ed emozioni).

Io non sono qui non è solo un film, è un’esperienza.

Regia: 9
Sceneggiatura: 10
Recitazione: 10
Fotografia: 9
Colonna sonora: 10
Ambientazione: 9
Voto finale: 9,5


CITAZIONE DEL GIORNO

Ma cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare? (Otto e mezzo)
 

LOCANDINA

mata chitarra del piccolo Woody quasi a chiudere il cerchio della storia. guendo la libertà e in un treno merci ritrova l' caso

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Categorie: cinema, cult, capolavori, 2007, io non sono qui

postato da Ale55andra alle ore 13:43
venerdì, 07 dicembre 2007

REGIA: Orson Welles

CAST: Orson Welles, Joseph Cotten, Everett Sloane, Dorothy Comingore
ANNO: 1941

TRAMA:

Il magnate della stampa, Charles Foster Kane, muore ormai vecchio e solo pronunciando una strana parola: Rosabella. Dei giornalisti che stanno ideando un documentario sulla sua vita, fanno di tutto per risalire all’origine e al significato di quell’ultima parola detta in punto di morte.

 



ANALISI PERSONALE

Quarto potere: quando si dice il Cinema. Un film così antico e così moderno al tempo stesso non può che rimanere indelebilmente impresso allo spettatore. A sovrastare e a riempire la scena è il grandissimo Orson Welles che dà vita ad un personaggio complicato, complesso, ricco di sfaccettature, difficile, a tratti antipatico, a tratti invidiabile, a tratti amorevole, ma sicuramente incapace di amare, se non a modo suo. Ma sembra quasi che i veri protagonisti della pellicola siano i media, coloro i quali (attraverso la forza di cui sono dotati e cioè il quarto potere) sono in grado di influenzare le opinioni, i desideri, i pensieri della gente. Il tutto è reso magistralmente ed elegantemente da quel grandissimo attore che era Welles, qui alla sua prima prova registica con un lungometraggio. Il film è entrato, giustamente, nella storia del cinema proprio perché per la prima volta si vedono delle inquadrature interessanti, quasi ardite, dei giochi di luci e ombre mai visti prima, una sceneggiatura incisiva, graffiante, affascinante.

Charles Foster Kane, è morto da solo (eccezion fatta per la servitù) nella sua enorme ed incompiuta residenza di Candalù. In punto di morte, dopo aver fatto cadere una palla di neve pronuncia flebilmente la sua ultima parola: Rosabella. Essendo stato un uomo potentissimo, ricchissimo e quindi famosissimo, proprietario dei più importanti giornali d’America, tutti i media si accalcano nel volerne raccontare la morte e di conseguenza anche la vita. Ma ad interessare i giornalisti è proprio il mistero di questa parola pronunciata prima di morire, e quindi (si presume) di estrema importanza. Che sia una donna? Un posto? Un oggetto? Kane era solito dimenticarsi le cose, dice chi lo conosceva, e quindi molto probabilmente Rosabella è un oggetto che aveva dimenticato di prendere, o che aveva lasciato chissà dove. Ma ai giornalisti questo non basta e uno di loro viene mandato ad “indagare” sulla vita del ricchissimo magnate.
Ad essere intervistati volta per volta sono tutti coloro che hanno fatto parte della vita di Kane: il suo migliore amico, il suo segretario, la sua seconda ex moglie (la prima era morta subito dopo il divorzio con suo figlio), i suoi servitori (maggiordomi, infermiere e via dicendo). Tramite una serie di brillanti, affascinanti e rivelanti flashbacks ci viene mostrata la vita intensa e piena di avvenimento di quest’uomo straordinario, strappato ai suoi genitori in tenera età per essere affidato ad un tutore che l’ha portato ad essere quello che è diventato.

Le delusioni nella sua vita sono state tante: delusioni d’amore, delusioni politiche (aveva tentato ardentemente di entrare in politica come sostenitore dei più poveri, dei lavoratori, ma era stato scalzato a causa di un avversario non proprio pollitically correct), delusioni d’infanzia (l’”abbandono” di una madre austera e severa che voleva per suo figlio una vita migliore), delusioni d’amicizia (il suo migliore amico Leland l’aveva abbandonato perché non ne condivideva le idee e il modo di gestire il giornale).  
Ma Kane è vissuto sostanzialmente sempre e solo per sé stesso, innamorato di una sola persona al mondo: Charles Foster Kane e quello che ci viene mostrato in questo straordinario film è una sorta di enigma, di puzzle (oggetto che compare verso la fine della pellicola) dove ogni pezzo alla fine va al suo posto e ci mostra la personalità complessa e combattuta di un uomo importante.

Una sorta di giallo filosofico e psicologico, quindi, questo Quarto potere. Un film ricco di piani di lettura e di sfaccettature, tutti talmente interessanti ed intriganti da tenere lo spettatore con gli occhi fissi allo schermo, senza mai lasciare spazio a distrazioni o divagazioni. Il tema principale è l’analisi psicologica di un uomo sostanzialmente incapace di amare, ma sicuramente molto amato e rispettato. A fare da sfondo (ma mica tanto) è il mondo della stampa, dei media, che in genere sono controllati da persone che possono muovere le fila dell’opinione pubblica a loro piacimento e a loro tornaconto (si rimane sconcertati dall’estrema attualità di entrambi questi temi).

Ispirato ad un personaggio realmente esistito, il magnate statunitense William Randolph Hearst, e da questi osteggiato e boicottato, Quarto potere è un capolavoro che colpisce per la sua profondità di contenuti e particolarità di aspetti: una colonna sonora quasi epopeica, molto intensa e incisiva; un protagonista che affascina lo spettatore con la complessità della sua personalità; una sceneggiatura sottolineante le caratteristiche fondamentali di tutti i personaggi (l’amico coscienzioso, la prima moglie gelosa, la seconda un po’ frivola, il segretario fedele e via dicendo) e una regia che stravolse i canoni del cinema di allora arricchendosi di tecniche quasi mai utilizzate come il piano sequenza o l’utilizzo quasi “artistico” di luci e ombre che si stagliano imponenti sullo schermo.

Elegante, affascinante, intrigante, intenso e senza tempo.

Regia: 10
Sceneggiatura:
9
Recitazione: 10
Fotografia: 10
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9,5

Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io

CITAZIONE DEL GIORNO

Ho sempre sognato di incontrare una ragazza spigliata, gentile, dall' aspetto gradevole, che non mi trovasse repellente. Io le chiederei di sposarmi e vivremmo felici e contenti per tutta la vita. Tra i miei genitori è funzionato. Beh, a parte il divorzio e tutto il resto. (James Fleet e  Hugh Grant in "Quattro matrimoni e un funerale")


LOCANDINA

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Categorie: cinema, capolavori, orson welles, quarto potere

postato da Ale55andra alle ore 15:02
venerdì, 02 novembre 2007

REGIA: Wong Kar-Wai

CAST: Maggie Cheung, Tony Leung Chiu Wai
ANNO: 2000

TRAMA:

La signora Chan e il signor Chow diventano coinquilini e cominciano a frequentarsi spesso a causa delle continue assenze per motivi di lavoro dei loro coniugi. Molto presto si renderanno conto che in realtà i loro coniugi sono amanti e i loro incontri non saranno più casuali…

 



ANALISI PERSONALE

In the mood for love: quando si dice la perfezione, o quasi. La poetica dell’amore fatta di suoni e di immagini, ma soprattutto, di piccoli e grandi gesti che lasciano trasparire la grandiosità del sentimento, seppur realmente mai esplicato. In the mood for love: quando la musica riesce a farti estraniare dalla realtà e farti aleggiare in una dimensione a tratti mistica, fatta di sensazioni forti e di prorompenti emozioni. In the mood for love: quando i colori e le immagini riescono a catturare lo sguardo immobilizzandolo affascinato ed ammaliato sugli oggetti e sui personaggi.
Si potrebbe ridurre all’osso il significato della pellicola dicendo che si tratta di un film d’amore, ma secondo me è sostanzialmente un film sull’amore, su come questo possa a volte rimanere inespresso nonostante scalci prepotentemente all’interno dei corpi e delle anime di chi ne viene “catturato”.
I due protagonisti di questa storia, non arrivano mai o quasi a toccarsi e soprattutto ad esprimere a chiare lettere quello che evidentemente provano l’uno per l’altro, frenati dalle convenzioni, dalle voci di corridoio, ma soprattutto dalla paura. Paura di cambiare vita, paura di esplorare nuove strade, paura di abbandonare le proprie abitudini. Ma forse non è nemmeno questo a frenare la nascita della passione tra il signor Chow e la signora Chan. Forse a frenarli è proprio il fatto di essere nella situazione adatta all’amore (in the mood for love appunto), ma di non riuscire ad andare oltre.

Siamo ad Hong Kong negli anni ’60. Su Li-zhen Chan è una competente segretaria, ligia al dovere (aiuta persino il suo capo a trovare alibi perfetti con la moglie per nascondere la sua amante). Una bella donna, sempre ben vestita e truccata, che però passa troppo tempo da sola a causa dei continui viaggi d’affari di suo marito.
Chow Mo-wan è un giovane giornalista che non ha molti amici a parte il collega Ping e che, come la sua vicina di casa, passa molte notti da solo a causa dei turni di lavoro di sua moglie.
I rispettivi coniugi non verranno mai inquadrati, se non di spalle e raramente e di loro non si conoscerà nulla, se non la voce. Chow e Chan cominceranno ad incontrarsi casualmente un po’ ovunque: tra le scale del loro condominio, nel ristorante che prepara pranzi da asporto, per strada, ovunque. Grazie ad alcuni indizi (delle borse, delle cravatte) i due capiranno che i rispettivi coniugi hanno una relazione e quindi cominceranno a frequentarsi più assiduamente per riuscire a capire insieme i motivi, le cause del tradimento dei loro coniugi. Presto scopriranno che la cosa non ha importanza, dato che arriveranno a capirlo proprio grazie al fatto che anche tra loro nascerà un forte sentimento, mai approdato a nulla. “Noi non saremo mai come loro”, dice Chan al suo “compagno”.

Ma nonostante questo nessuno dei due riuscirà a fare a meno dell’altro, entrambi così bisognosi di liberarsi di quel senso di solitudine che contraddistingueva la loro esperienza matrimoniale. Si incontreranno persino in un albergo, ma non faranno altro che chiacchierare o scrivere dei libri insieme. Col passare del tempo Chow si renderà conto di essere forse fin troppo innamorato della sua “amica” e di non riuscire a portare avanti quella situazione, se vogliamo dire, repressa. Repressa dai vicini che non fanno altro che seguire tutte le loro mosse, ma soprattutto repressa dalla stessa Chan che non forse non ha il coraggio di lasciare suo marito (seppure molte volte ha provato la scena dell’abbandono con Chow).
Quindi, dopo un discreto successo dei suoi libri, Chow si trasferisce a Singapore, salutando per sempre Chan e, forse, anche la possibilità di essere realmente felice. Le loro strade non si incroceranno mai più. Entrambi torneranno a visitare le loro vecchie abitazioni, ma in momenti diversi. Chan ormai diventata mamma ha quasi dimenticato quel periodo a tratti felice a tratti irreale, mentre Chow continua forse a pensare alla bella vicina, fino a quando non rivelerà il suo “segreto” ad uno spiraglio presente in un tempio buddista nel quale di seguito nascerà l’erba.

In the mood for love ha tutte le carte in regola per essere considerato un vero e proprio capolavoro cinematografico. A partire dalla maestosa colonna sonora da brivido che è sicuramente il pilastro su cui si basa il film. Come dimenticare il motivo che accompagna gli incontri tra i due protagonisti ma anche le canzoni di Nat King Cole, tra cui spicca per bellezza ed intensità Quizas, quizas, quizas. Ad arricchire notevolmente la pellicola si aggiungano i costumi davvero caratteristici (soprattutto i bellissimi vestiti di Chan) e gli interni minuscoli ma molto ben curati che caratterizzano gli incontri tra i due. Per non parlare dello stile registico adottato, così pieno di ralenty e di dissolvenze in nero ogni qualvolta i discorsi dei due protagonisti stanno per approdare a qualcosa di significativo. Questo perché il regista non vuole raccontare una semplice storia d’amore come quelle che infestano il cinema hollywoodiano, ma preferisce lasciare spazio all’immaginazione di una passione piena di carica dirompente, che è appunto la passione delle intenzioni, dei desideri inespressi. Tutto ciò è reso magistralmente dall’interpretazione dei due attori protagonisti che hanno saputo rendere emozionante ogni loro singola movenza o parola (di particolare effetto sono tutte le scene in taxi, dove i due protagonisti si prendono per mano guardando lo scintillio delle loro fedi nuziali), e hanno donato efficacia e comunicatività ad ogni singolo passo o sguardo. Menzione d’onore va anche alle particolarissime ambientazioni a tratti claustrofobiche ma perfettamente inerenti allo svolgimento della storia (come dimenticare le favolose tende rosso fuoco dell’albergo in cui si recano i protagonisti, così rosse come la passione che aleggia tra i due) e alla perfetta fotografia molto incentrata sui primi piani o sull’”osservazione” di ogni singolo oggetto, sul quale l’occhio del regista e di conseguenza dello spettatore, indugia attento e allo stesso tempo affascinato.

Regia: 10
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9,5
Colonna sonora: 10
Ambientazione: 9
Voto finale: 9,5


CITAZIONE DEL GIORNO

 

Se celchi una mano disposta ad aiutalti la tlovi alla fine del tuo blaccio. (da "Shaolin Soccer")


LOCANDINA


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Categorie: cinema, capolavori, in the mood for love, wong kar-wai

postato da Ale55andra alle ore 13:51
lunedì, 17 settembre 2007

REGIA: Akira Kurosawa

CAST: Tatsuya Nakadai, Akira Terao, Jimpachi Nezu, Dainsuke Ryu, Mieko Harada, Yoshiko Nornura.

ANNO: 1985

TRAMA:

Il potente signore feudale Hidetora, ormai divenuto anziano, decide di dividere i suoi enormi possedimenti tra i suoi tre fili: Saburo, Taro e Jiro. Il primo di essi si ribellerà al padre dicendogli che si tratta di una scelta insensata e foriera di sciagure. Il padre non lo ascolterà, e anzi lo diserederà cacciandolo dai suoi possedimenti. A dividersi le terre rimarranno Taro e Jiro e ben presto tra i due sarà lotta all’ultimo sangue…

 



ANALISI PERSONALE

Ran è un vero e proprio colossal, di quelli che non si scordano mai. E’ ispirato al Re Lear di Shakespeare ma anche ad una vicenda del generale Motonari Mori, che nel XVII secolo divise il suo enorme regno tra i tre figli che vissero sempre in pace facendo prosperare i possedimenti ereditati. In questo caso, invece, il regista si è chiesto cosa sarebbe successo se i figli fossero stati colti da uno spirito di cupidigia e avidità come quello che contrassegna i tre protagonisti di questo film.

In una delle sequenze iniziali più spettacolari che io abbia mai visto (contrassegnata da una fotografia ricercatissima e da un uso dei colori fenomenali: ogni figlio ha la toga di un colore diverso), Hidetora, dopo una battuta di caccia, mette a conoscenza i propri figli e i propri seguaci della sua decisione di ritirarsi e di dividere il regno. Saburo non è d’accordo, ritiene che sia una decisione folle e implicante numerosi problemi tra i fratelli, ma viene cacciato malamente e diseredato. Hidetora non da ascolto nemmeno il suo fedele giullare di corte Kyoami che tenta di dissuaderlo da questo “oscuro” proposito. Nemmeno i consigli del suo fidato generale.
Ben presto però si renderà conto di aver sbagliato su tutti i fronti, infatti i due fratelli non tarderanno a farsi la guerra per possedere l’intero regno. Tutto ha inizio quando Kaede, la moglie di Taro, ordina al proprio marito di soggiogare Hidetora facendogli giurare fedeltà e obbedienza e impedendo al fratello Jiro di ospitare la guardia del corpo del padre. Il grande signore feudale, scacciato malamente da entrambi i figli, viene assalito dal tarlo della pazzia e va errante per i campi seguito dal fedelissimo giullare Kyoami. Nel frattempo durante le lotte intestine tra i due fratelli, Taro perde la vita e la sua perfida moglie Kaede (guidata da uno spirito di vendetta dettato dal fatto che suo suocero in passato aveva distrutto il suo feudo uccidendo tutti i suoi cari), seduce il cognato Jiro, facendogli poi promettere di uccidere la sua stessa moglie Suè. La sua giustificazione sarà quella di non sopportare l’esistenza di un’altra donna che ha posseduto il suo corpo. Inizialmente Jiro non riuscirà a portare a compimento il truce uxoricidio e quindi Kaede tenterà di portare a compimento i suoi intenti ingaggiando qualcuno che possa uccidere la povera Suè (forse l’unico personaggio positivo del film insieme a Saburo).

Ad opporsi alla donna crudele ci sarà Kurogane, il capo dei samurai al servizio del principe, che però non riuscirà a fermare il corso del destino, trovandosi davanti all’ineluttabile realtà dei fatti: Kaede è riuscita ad avere la testa di Suè su un piatto d’argento, all’insaputa del suo nuovo marito Jiro. Kurogane non riuscirà a trattenere la sua ira e taglierà egli stesso la testa a quella che aveva definito “una volpe che si aggira nei boschi”.
Suè, prima di essere brutalmente assassinata, si era rifugiata nella capanna di suo fratello Tsurumaro (che era stato accecato anni prima dallos tesso Hidetora durante una delle sue conquiste) e qui i due fratelli ricevono la visita di Hidetora, che ormai pazzo vaga per i campi sempre più sofferente non solo per le sorti del suo regno e dei suoi figli, ma anche per l’acquisita consapevolezza dei numerosi torti perpetuati in vita sua.
Alla notizia delle guerre tra i fratelli e dell’insanità del padre, Saburo torna con un esercito per difendere le sorti del suo caro amato padre, ma trova la morte in battaglia. Il dolore per Hidetora (che nel frattempo aveva perdonato suo figlio), sarà talmente grande da indurlo alla morte, lasciando il suo affezionatissimo giullare a imprecare contro il destino.
Il film si conclude col cieco Tsurumaro che vaga per i campi fino poi a perdere la sua pergamena raffigurante Buddha che cade in un burrone, divenendo irraggiungibile per sempre, metafora ed allegoria di un profondo pessimismo.

Ran è tutto ciò, sangue, vendetta, destino, pessimismo, cupidigia, meschinità, ma anche pentimento e forse redenzione. E’ indubbiamente uno dei più grandi capolavori cinematografici che mi è capitato di visionare, non solo per l’intensità della storia ricca e intrisa si metafore, allegorie e rimandi, ma anche la spettacolarità e l’estremo impatto visivo della pellicola. A partire dalle scene di lotte e battaglie che colpiscono per l’estrema bellezza e stupiscono per la magnifica resa scenica.
Per non parlare poi della fotografia e dell’ambientazione fenomenali, curate nei minimi particolari e del tutto ricche di colori che fanno sognare e immaginare di essere proprio in quelle immense pianure sconfinate. La sceneggiatura (seppur ispirata al Re Lear e seppur “ambientata” in tempi molto lontani) è del tutto attuabile ai nostri tempi e fa riflettere sull’ineluttabilità del destino che ci restituisce quello che abbiamo seminato (Hidetora era un terribile dittatore sanguinario a cui poi è spettata la sorte che egli infliggeva agli altri). La colonna sonora, soprattutto quella che accompagna maestosamente le scene di guerra, è a tratti epica e a tratti profonda e assolutamente incisiva.

Non mi resta altro che dire che Ran è un capolavoro fatto e finito, ricco di simbologie che fanno riflettere intensamente su molte domande esistenziali.

 

Regia: 9
Sceneggiatura: 9
Recitazione: 9
Fotografia: 9
Colonna sonora: 9
Ambientazione: 9
Voto finale: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Sai qual è il vero fascino del matrimonio? E’ che rende inevitabile la necessità dell’inganno. (Alice Harford in "Eyes Wide Shut")

 


LOCANDINA


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Categorie: cinema, capolavori, akira kurosawa, ran