postato da Ale55andra alle ore 18:00
sabato, 10 maggio 2008

REGIA: Abel Ferrara

CAST: Harvey Keitel
ANNO: 1992

TRAMA:

Un tenente corrotto fino al midollo, dedito all’uso di qualsiasi sostanza stupefacente, affamato di sesso e alcool e incallito scommettitore, si ritrova ad indagare sullo stupro ai danni di una suora. Quando questa decide di perdonare i due uomini che l’hanno aggredita sull’altare della chiesa, il tenente rimane al contempo incredulo e turbato. Questo avvenimento lo farà riflettere sulla sua vita di peccatore e sul significato del perdono.




ANALISI PERSONALE

Un film per stomaci forti questo di Abel Ferrara che trova la sua forza nella visionarietà e nell’interpretazione magistrale di quel grande attore che è Harvey Keitel. Qui dà vita ad un personaggio sicuramente disturbante e a tratti spregevole, che non si preoccupa minimamente di sniffare cocaina davanti ai suoi famigliari, o di rubare un chilo di droga da un auto in cui è avvenuto un delitto (salvo poi perderli perché scivolatigli dalla giacca), o di fare affari con criminali e spacciatori. Una vita sregolata la sua, piena di numerose ossessioni, a partire da quella per le scommesse sul baseball. Nonostante sia pieno di debiti fino al collo, continua a puntare ingenti somme di denaro sulla vittoria della sua squadra preferita, sperando di poter risolvere i suoi problemi economici, non rendendosi conto del pericolo a cui si sottopone con i suoi creditori di malaffare. Una vita sessuale non proprio sana (fa sesso con più donne alla volta sempre sotto l’effetto di stupefacenti e in balia dell’alcool e del fumo), contribuisce a caratterizzare in maniera del tutto negativa questo incallito peccatore, ma cattolico nell’anima. Sarà necessario lo stupro, effettuato sull’altare di una chiesa, ai danni di una suora che poi perdonerà i due teppisti, a fargli prendere una strada diversa. Sarà questo atto di estrema fede nell’umanità e di bontà cristiana a fargli perdere quasi la ragione. Il tenente non riuscirà a comprendere il perdono della donnax seviziata brutalmente, non capirà la sua totale mancanza di odio verso coloro che le hanno fatto del male, e anzi criticherà questa sua eccessiva generosità per poi arrivare a capire di essere lui stesso un grandissimo peccatore bisognoso di perdono. Nonostante la pellicola sia mascherata da noir, quello che conta è proprio il messaggio che la parabola discendente del tenente porta con sé.

Infatti, i colpevoli dello stupro si conoscono da subito e non saranno le indagini ad essere in primo piano, ma la spirale di degradazione del tenente che arriverà persino a sfogarsi contro Cristo per non averlo saputo guidare in maniera migliore e a perdonare egli stesso i due teppisti, nonostante il loro atto sia parso insostenibile e inaccettabile, persino ad un depravato come lui. Una corruzione la sua, che non lascia spazio alla comprensione dello spettatore, sempre più impressionato e inorridito dal livello di scempiaggini da lui compiute, come nella famosissima e prolungatissima sequenza nella quale costringe due ragazzine, fermate perché con una luce rotta e scoperte senza patente, a simulare la fellatio e ad assistere alla sua masturbazione. Ma questa non è l’unica sequenza volutamente eccessiva, ed estremamente indigeribile. A shockare e quasi inorridire ci pensano anche la sequenza dello stupro che colpisce persino l’ateo più incallito e quella dello sfogo del tenente in chiesa, che vede come interlocutore un Cristo silenzioso che poi si dimostra essere un’anziana signora con calice in mano. Comincia ad avere le allucinazioni il nostro estremo protagonista, e forse anche noi dato che senza volerlo ci ritroviamo a porci gli stessi quesiti che egli stesso si pone, pur non essendo al suo livello di degenerazione.
Con una fotografia incentrata particolarmente sul rosso, il colore del peccato, e sui chiaroscuri Il cattivo tenente è un grandissimo film, che pur essendo sgradevole ed impressionante, riesce a
catturare lo spettatore e a coinvolgerlo anche grazie ad un’ambientazione notturna newyorchese che ben si confà al tipo di narrazione e al messaggio insita in essa (interessantissima ed indicativa la sequenza in discoteca, luogo di completo annullamento di sé stessi).
Cosa ci lascia alla fine Il cattivo tenente? In sostanza un unico grande insegnamento: in un mondo crudele, pieno di abiezione ed immoralità, è sempre e comunque possibile trovare la propria via per la redenzione.

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

"In realtà, agente, il mio nome è Bond. James Bond." "Già, e io sono Superman. E lei è sempre in arresto". (Roger Moore, nel film "007: Bersaglio mobile")


LOCANDINA


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Categorie: cinema, cult, il cattivo tenente

postato da Ale55andra alle ore 17:04
venerdì, 11 aprile 2008

REGIA: David Lynch

CAST: Naomi Watts, Laura Helena Harring, Justin Theroux
ANNO: 2001

TRAMA:

L’aspirante attrice Betty, arriva a Los Angeles e nella casa di sua zia trova una donna che in seguito ad un incidente stradale ha perso la memoria. Betty cerca di aiutare l’intrusa a riscoprire la sua identità e nel corso delle ricerche vengono a galla numerose verità.

 



ANALISI PERSONALE

Un nuovo Twin peaks? Magari! Purtroppo la bigotta tv americana si è rifiutata di accettare questo straordinario film come pilot di una serie televisiva (nonostante Lynch si sia anche prodigato a fare dei tagli qua e là) e quindi il grande regista ha deciso di inserire un finale per concludere e conchiudere la storia e, grazie ad un produttore francese, ne ha fatto uno dei film più intensi ed importanti degli ultimi anni, vincendo addirittura il primo premio al Festival di Cannes (insieme al meraviglioso L’uomo che non c’era dei Coen), nonché numerosissimi altri premi. Certo sarebbe stato davvero fantastico poter avere una nuova serie televisiva diretta da Lynch, ma anche così non ci si può assolutamente lamentare. Lynch sforna una pellicola disturbante, a tratti indecifrabile e inesplicabile, ma sicuramente affascinante, ammaliante, sensuale, quasi ipnotizzante ed enormemente potente sia visivamente che emozionalmente e sensorialmente.
Uno sfrenato balletto anni ’50, stile musical colorato e movimentato, e subito dopo una soggettiva che ci “accompagna” su un letto e su un cuscino rosso. Di importanza “vitale” l’attenzione in questo momento iniziale della pellicola, perché molto probabilmente (ma non sicuramente, dato che il regista si rifiuta ancora oggi di dare una spiegazione al suo film) costituisce un punto fondamentale per la comprensione (ma è poi così importante comprendere? non è meglio lasciarsi trasportare dalla forza delle immagini e dei suoni, qui di vitale importanza, che si imprimono indelebilmente nei nostri occhi e nelle nostre viscere?) delle vicende che si svolgono a Mulholland drive e dintorni. 
Tentare di riassumere la trama è cosa assai ardua, quanto oggettivamente inutile, dato che bisogna davvero guardarlo per lasciarsi trasportare nella dimensione onirica e surreale che il regista è riuscito a costruire. In breve i fatti sono questi: una donna molto affascinante ed avvenente è a bordo di una limousine e sta attraversando la famosa strada di Los Angeles, Mulholland drive. Ad un certo punto l’auto si ferma e i due uomini davanti puntano una pistola verso la donna. Prima che possano premere il grilletto, però, arriva un auto piena di ragazzi scalmanati che va a schiantarsi proprio contro la limousine. L’unica a sopravvivere è proprio la donna misteriosa (la sensualissima Laura Helena Harring) che scappa e si rifugia in una villa, prima che questa venga “abbandonata” dalla sua padrona dai capelli rossi. Nel frattempo un’aspirante attrice, apparentemente frivola e sgallettata (l’incisiva Naomi Watts) arriva con un aereo (sul quale ha fatto la conoscenza di due amabili vecchietti) dall’Ontario per riuscire a sfondare nel mondo del cinema. Si tratta di Betty ed è la nipote della padrona della villa nella quale si è rifugiata la donna misteriosa. Quando Betty arriva a casa, si accorge della presenza della donna e quando si rende conto che ha subito un grave incidente e che ha perso la memoria, decide di aiutarla a riacquistarla. La donna si farà chiamare Rita (a causa del poster di Gilda presente nel bagno della villa) e cercherà in tutti i modi di risalire alla propria identità e soprattutto di capire per quale motivo la sua borsa è piena di soldi e di una chiave blu dalla strana forma. A Rita verranno dei flash della sua vita passata, ad esempio si ricorderà di un nome Diane
Selwyn, credendo che sia il suo. Questo sarà il punto di partenza delle ricerca delle due alleate che durante il corso delle loro “investigazioni” finiranno anche a letto insieme e finiranno soprattutto per innamorarsi. Nel frattempo, si svolgono anche altre sottotrame apparentemente scollegate con quella principale, ma sicuramente facenti parte di un disegno generale. Il regista Adam Kasher (il particolare Justin Theroux) viene vessato da produttori, scagnozzi e strambi personaggi (il mitico nano di Twin Peaks!!) perché scelga come attrice protagonista del suo prossimo film una certa ragazza, tale Camilla Rhodes.

Il regista si oppone, perché aveva già pensato ad un’altra protagonista, ma viene minacciato e costretto a scegliere la donna suddetta. “E’ lei la ragazza”, gli verrà ripetuto un’infinità di volte da uno dei suddetti vessatori (niente poco di meno che lo stesso Angelo Badalamenti, il compositore solito dei film di Lynch, che qui si cimenta in uno straordinario cameo nel quale dopo aver assaggiato un’espressino, lo sputa in un tovagliolo gridando: “E’ una merda!”). A comparire sullo sfondo di questa contorta vicenda ci sono anche altri strambi personaggi: un killer maldestro che ricorda molto i personaggi tarantiniani davvero molto simpatico e divertente, un uomo che vede materializzarsi un suo incubo e per questo muore forse di crepacuore, un cowboy davvero molto singolare, un barbone mostruoso che recupera un oggetto importante per Betty e via dicendo. Inutile tentare di spiegare la presenza e l’esatto ruolo di ciascuno di questi personaggi, ma bisogna ammettere che ognuno di loro riesce ad essere estremamente enigmatico e inquietante, così come ambiguo ma sicuramente avvincente, coinvolgente e suggestivo è il finale del film.
Bisogna stare attenti ai nomi e ai ruoli, perché nel corso della pellicola questi tornano e ritornano, ma vengono posseduti ogni volta da personaggi diversi. Si tratta di un sogno? Si tratta di strane visioni dettate dal senso di colpa? Si tratta di allucinazioni? Ad un’iniziale (e forse, ma non è detto, superficiale visione) si potrebbe pensare alla prima ipotesi, che pare la più plausibile, ma se ci si sofferma a pensare e a rimuginare, si potrebbero dare alla pellicola numerose chiavi (ecco che ritorna la chiave) di lettura. E sta proprio in questo la particolarità e la straordinarietà di questo film che subisce una vera e propria cesura ad un certo punto: quando le due donne si recano a teatro a vedere cantare una famosissima cantante spagnola (una scena che porta con sé una carica emotiva davvero devastante, ma soprattutto un messaggio molto forte) e poi tornano a casa e Betty nella sua borsa trova un cubo blu che si apre proprio con la chiave di Rita. Una volta aperta la scatola, niente sarà più come prima, tutto verrà sconvolto e capovolto e bisogna stare molto attenti e avere la mente aperta e lucida per riuscire a rimanere ancorati alla visione. Tutto quello che abbiamo visto fino all’apertura del cubo era un sogno di Betty e quello che viene dopo e la dura e cruda realtà? Oppure si tratta del contrario? O ancora peggio è tutto vero, solo che avviene in dimensioni temporali diverse? Chi è Rita? Chi è Betty? Chi è Diane? Chi è Camilla? Chi è quel barbone e cosa rappresenta? Chi è quel cowboy e che cosa incarna? Chi sono quei due vecchietti che Betty aveva conosciuto sull’aereo? A queste domande ci sono molteplici e differenti risposte. L’unico personaggio che sembra rimanere sempre sé stesso è il regista Adam (sarà un caso?). Ad aggiungersi ed affastellarsi alle tematiche dell’ignoto, dell’amore non corrisposto, del senso di colpa, della solitudine e della degradazione; c’è anche un’analisi sui meccanismi di Hollywood (rappresentata proprio dalla Mulholland drive) e delle sue logiche crudeli e spietate (i produttori e i “mafiosi” che vogliono imporre
la protagonista al regista, l’attrice brava e valente che viene scalzata dalla femme fatale che va a letto col regista e via dicendo). Mulholland drive non è un film semplice o di facile digestione, soprattutto se si è sensibili a certe visioni e a certe sensazioni. Contribuisce a rendere il risultato ancora più incisivo, la straordinaria colonna sonora (del già citato Angelo Badalamenti) che permea ogni singolo fotogramma rendendolo più che una semplice immagine e trasformandolo in un pezzo essenziale e determinate dell’enorme, confuso e  intrigante puzzle che è questa pellicola.

VOTO: 9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Regola uno: il karate serve solo per difesa. Regola due: prima imparare la regola uno. (dal film "Karate Kid II")


LOCANDINA


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Categorie: cinema, david lynch, cult, mulholland drive

postato da Ale55andra alle ore 15:05
sabato, 05 aprile 2008

REGIA: Alfred Hitchcock

CAST: Cary Grant, Eva Marie Saint, James Mason, Martin Landau, Jessie Royce Landis
ANNO: 1959

TRAMA:

Roger Thornhill è un pubblicitario che viene scambiato per un agente segreto del controspionaggio, tale George Kaplan, e viene quindi braccato sia dall’organizzazione spionistica che vuole ucciderlo, sia dalla polizia che lo crede un assassino. Ad imbattersi nella sua strada, prima una donna, Eva, che assume un ruolo ambiguo nella vicenda, e poi i veri membri dell’organizzazione controspionistica che alla fine gli chiedono davvero il suo aiuto.

 



ANALISI PERSONALE

Un film di spionaggio che non potrà affatto deludere gli amanti del genere, tant’è che i vari 007 e affini hanno sicuramente tratto da questo piccolo gioiellino hitcochckiano più di uno spunto, senza tra l’altro riuscire ad eguagliare il grandissimo regista per stile, guizzo, garbo, eleganza e, soprattutto, capacità di costruire le situazioni di suspance e sorpresa e, ultima ma non per ultima, una deliziosissima, simpaticissima e spassosissima ironia ben amalgamata con le situazioni e le vicende di rara intensità e tensione. Intrigo internazionale, che riprende quasi il tema dell’amore legato al dovere così come faceva l’immenso capolavoro che è Notorius, contiene anche un alto numero di scene erotiche, soprattutto per l’epoca, tra il magnifico Cary Grant e la sensualissima Eva Marie Saint, chiamata qui a fare il doppio, anzi triplo gioco e riuscendoci alla perfezione. Una coppia davvero ben assortita, accompagnata da una serie di comprimari che fanno il loro “sporco lavoro” in maniera a dir poco encomiabile a partire dal mitico Martin Landau nel ruolo del luciferino Leonard, la guardia del corpo del signor Vandamm (l’espressivo e agghiacciante James Mason), il capo dell’organizzazione spionistica contro la quale il controspionaggio sta lavorando.
Un altro tema carissimo al grande regista è quello dello scambio di persona: in molte delle sue pellicole più riuscite, il povero protagonista viene scambiato per qualcun altro (quasi sempre un assassino, una spia o comunque qualcuno di pericoloso che per questo corre a sua volta dei pericoli) e deve passare le pene dell’inferno prima di riuscire a dimostrare di essere innocente e soprattutto di essere un’altra persona. In questo caso, il simpatico e affascinante pubblicitario viene scambiato per un agente segreto, il signor Kaplan che in realtà non esiste, dato che è solo un personaggio fittizio inventato dal controspionaggio per fare da copertura a quella che è davvero la loro spia che sta cercando di incastrare Vandamm. A nulla varranno le proteste di Roger che tenterà in tutti i modi di far capire di non conoscere nessun Kaplan e di non essere una spia, visto che nessuno gli crederà e arriverà persino ad essere ricercato dalla polizia per un omicidio da lui ovviamente non commesso.
Ad aiutarlo, almeno apparentemente, arriva una femme-fatale conosciuta su un treno, la bellissima Eva Kendall (interpretata dall’ammaliante Eva Marie Saint) che aiuterà Roger a nascondersi dalla polizia e a mettersi in contatto con questo fantomatico Kaplan. In realtà, si scoprirà che Eva non è realmente chi dice di essere e, una volta che Roger se ne renderà conto, si arriverà ad un brusco punto di rottura tra i due che sembravano essersi perdutamente innamorati l’uno dell’altra. Ma non sempre le cose sono come sembrano, soprattutto nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio e quindi i vari ruoli dei diversi protagonisti cambieranno nel corso del tempo e persino chi non voleva avere niente a che fare con spie e controspie, si vede costretto a collaborare per vedere salva la vita
della persona amata.
Un altro espediente da Hitchcock utilizzato molto spesso in maniera egregia è quello degli inseguimenti a bordo di bellissime automobili (come dimenticare quello di Caccia al ladro o l’ultimo divertentissimo di Complotto di famiglia?). In Intrigo internazionale (North by northest) alla guida dell’auto abbiamo il povero Cary Grant, fatto ubriacare da Vandamm e soci e messo in auto in modo tale da andarsi a schiantare contro una scogliera per ucciderlo in modo da farlo sembrare un incidente dovuto alla sua ubriachezza.

Anche in questa scena, che amalgama perfettamente suspance e ironia (quanto è divertente lo straordinario Grant che recita la parte di un ubriaco che sta per morire?), il protagonista-“eore” riesce a salvarsi per il rotto della cuffia, ma nonostante lo spettatore sappia perfettamente che non può vedere morire Cary Grant così presto, un brivido lo prova lo stesso e questo lo deve solo all’estrema abilità registica di uno dei più grandi cineasti mai esistiti. Tra le scene più divertenti e spiritose non si può non citare quella della sala di un albergo dove sta avendo luogo un’asta. Qui, Roger, incontra un’altra volta le spie che lo inseguono, insieme ad Eva, e questi lo minacciano di morte. Roger allora capisce che è forse meglio consegnarsi alla polizia, alla quale poter spiegare meglio di non essere un assassino, piuttosto che farsi ammazzare e così cerca di attirare l’attenzione dei poliziotti diventando molesto e strafottente con il battitore d’asta (quando comincia a sparare cifre enormi ed irrisorie allo stesso tempo è difficile trattenere il riso). Anche nel finale che ci prende  un po’ in giro non possiamo non riconoscere la mano “truffaldina” di Hitchock (che appare in uno dei suoi tanti notissimi camei proprio all’inizio del film, quando lo vediamo perdere l’autobus su cui sale Cary Grant, per il rotto della cuffia), che ci fa passare da una situazione di estremo pericolo ad una di massima serenità e giovialità (i due protagonisti stanno per precipitare dai Monti Rushmore in un’altra delle famosissime sequenze di questo straordinario film e Roger si china per dare la mano ad Eva, alla quale fa anche una proposta di matrimonio e subito dopo, invece che vederla risalire sulla testa di uno dei personaggi del Monte, la vediamo arrampicarsi su una cuccetta di un treno, il luogo del loro primo incontro). Ma la sequenza giustamente più ricordata e citata è quella in cui Cary Grant viene inseguito da un aereo che getta su una landa desertica litri e litri di insetticida, non risparmiandosi di sparare all’impazzata sul povero uomo che non sa dove nascondersi e rifugiarsi e che quindi è costretto a scappare all’impazzata e a vedersi passare sulla testa più di una volta l’enorme mezzo di trasporto che alla fine va a schiantarsi contro un autobotte. Come Hitchcock stesso ha dichiarato nell’intervista a Truffaut (nel suo imperdibile Il cinema secondo Hitchcock), la particolarità e la straordinarietà di questa sequenza, e dei sette minuti di totale silenzio che la precedono (nei quali tutta la tensione e l’aspettativa sono convogliati nel volto estremamente comunicativo di Cary Grant), sta proprio nel fatto di aver creato una situazione di enorme suspance senza ricorrere a facili espedienti come una strada buia, una notte tempestosa e cose di questo genere, ma scegliendo come sfondo un’assolata mattinata in un deserto enorme che non offre riparo al povero protagonista e nella quale è difficile indovinare cosa potrebbe mai accadergli e da dove possa provenire il pericolo. Merito anche di una coinvolgente colonna sonora firmata Bernard Herrman e di un’adeguata fotografia firmata Robert Burks (che spesso hanno collaborato con il regista), Intrigo internazionale non può deludere gli amanti di Hitchcock (che potranno anche qui ravvisare la sua passione per il particolare resa ancora più evidente dal distacco e dal contrasto con il generale) e del grande cinema che fu, che è e che sempre sarà, data la sua incredibile e impressionante modernità, nonostante la sua non più giovane età.

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Eppoi Freud – altro grande pessimista! Gesù, sono stato in analisi per anni. Non è successo niente. Il mio analista, per la frustrazione, cambiò attività. Aprì un self-service vegetariano. (Woody Allen in "Hannah e le sue sorelle")


LOCANDINA

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Categorie: cinema, alfred hitchcock, cult, intrigo internazionale

postato da Ale55andra alle ore 12:46
giovedì, 03 aprile 2008

REGIA: David Cronenberg

CAST: James Woods, Sonja Smits, Deborah Harry, Leslie Carlson, Jack Creley
ANNO: 1983

TRAMA:

Max Renn è il direttore di una rete via cavo, la Civic Tv, nella quale vengono trasmessi per lo più film porno. Alla ricerca di cose nuove da immettere nel suo palinsesto, Max si imbatte nella trasmissione di un segnale video chiamato Videodrome, che trasmette solo torture e violenze vere e proprie 24 ore su 24. Ben presto si renderà conto che la visione di Videodrome causa delle potentissime allucinazioni che distorcono la realtà. Molte le persone che si contendono l’aiuto dell’uomo: da un lato la donna che ha conosciuto in una trasmissione radiofonica, Nikki; dall’altro la figlia di Brian O’Blivion che porta avanti il lavoro di suo padre e che Max sospetta essere la creatrice di Videodrome e, infine, Barry Convex il creatore di una sorta di casco agli infrarossi studiato per captare proprio le allucinazioni causate da Videodrome.

 


ANALISI PERSONALE

Quale film migliore per riassumere egregiamente quelle che sono le tematiche più care al regista canadese? Lo sdoppiamento della mente che vive numerose realtà, la metamorfosi del corpo come risultato del cambiamento interiore, la distorsione delle verità che ci circondano e qui possiamo aggiungerci anche alcuni elementi di originalità che differenziano di volta in volta le varie pellicole di Cronenberg: l’analisi degli effetti del video sulle nostre menti, di ciò che viene trasmesso in tv (ma quanto possiamo attualizzare questo tema sostituendo i nuovi mezzi di comunicazione alla tv?) e di quanto questo influenzi i nostri modi di fare, di comportarci, persino di pensare e di essere; ma anche il fascino che la violenza può esercitare con conseguente riferimento agli snuff-movies, che sono poi quelli che vengono trasmessi su Videodrome e che causano allucinazioni incredibili, folli e visionarie. Max (il grandissimo James Woods) si ritrova così catapultato in una realtà altra, nella quale è intrappolato, e dalla quale è allo stesso tempo inizialmente affascinato e man mano spaventato. Dopo aver visto per la prima volta la trasmissione di Videodrome, nella quale una donna veniva seviziata, la sua vita non sarà più la stessa. Conoscerà una donna, Nikki (la bellissima ed estremamente sensuale Deborah Harry), che si rivelerà essere una masochista e che vorrà a tutti i costi raggiungere il luogo nel quale vengono girate le scene degli snuff-movies; comincerà a vedere le videocassette e i videoregistratori muoversi e assumere forme diverse; vedrà il suo stomaco aprirsi in un varco molto simile ad una vagina nel quale inserire le varie trasmissioni di Videodrome che lo programmeranno e lo porteranno ora da una fazione ora da un’altra; vedrà fondersi la sua pistola con la sua mano; sognerà di torturare Nikki e poi una cara amica; compierà stragi più o meno giustificate e, soprattutto, vedrà il suo corpo entrare in una vera e propria simbiosi con lo schermo della tv dal quale dapprima fuoriusciranno le labbra di Nikki nelle quali si rifugerà e nel quale poi immetterà quasi la totalità del suo corpo, fino ad arrivare ad un finale enigmatico ma molto significativo.
Cronenberg, insomma, non si smentisce mai e, soprattutto, riesce sempre a sorprendere in una maniera o nell’altra non solo per la mostruosa, paurosa e delirante messa in scena, ma anche per i messaggi subliminali e per i significati impliciti in quelle immagini apparentemente create con un unico scopo, quello di impressionare e spaventare lo spettatore, ma sicuramente fonte di ben più profonde e interessantissime riflessioni. Le metafore esplicitate tramite teste che scoppiano facendo
fuoriuscire bubboni o tumori che secernono sostanze non ben identificate o pistole che entrano nello stomaco ed escono fondendosi con la mano in un miscuglio orripilante di ossa, vene e tubi; sono talmente profonde e coinvolgenti da lasciarci con una scia di pensieri e considerazioni. Come non lasciarsi trasportare in mille riflessioni dall’immagine di un uomo che viene completamente “divorato” dallo schermo di una televisione o da un uomo ormai morto da un anno che comunica solo tramite alcune registrazioni televisive?

E’ impossibile non soffermarsi a meditare sul ruolo che hanno i mezzi di comunicazione nella formazione delle nostre personalità e delle nostre menti, della potenza della televisione nel catturare l’attenzione e nella formazione dei gusti e delle preferenze degli spettatori. In Videodrome l’uomo diventa video e il video diventa uomo, in un continuo interscambio di allucinazioni, di parti del corpo e via di questo passo. E se all’inizio il gioco risulta apparentemente innocuo, man mano che ci si fa sempre più impossessare dalle allucinazioni, dalle trasmissioni, dalle videocassette, dagli schermi televisivi, da tutto quello che Videodrome rappresenta; è necessario solo un enorme sforzo di volontà è in inusitato sacrificio per riuscire a cambiare pelle: “Morte a Videodrome! Gloria e vita alla nuova carne!”, urla infatti a fine pellicola il protagonista ormai finito nella spirale ossessiva e letale della realtà parallela a quella fino ad allora conosciuta. Andando a scavare a fondo tra le vicende di Max che si ritrova impantanato in una brutta storia senza riuscire a capire da che parte sta il torto e da che parte la ragione (ma è sempre possibile poter effettuare questo discernimento? Cronenberg evita il giudizio super-partes e ci mostra solo gli effetti, senza indicare da dove e da chi provengono le cause), possiamo giungere alla conclusione che abbiamo assistito alla fusione di due realtà completamente diverse: quella reale e quella che noi stessi creiamo con le nostre percezioni, molto spesso nascenti o influenzate dai mezzi di comunicazione, gli unici che ci permettono di correlarci col mondo e col prossimo, “l’unico occhio dell’uomo sulla tavolozza del mondo”, così come dice Bianca O’Blivion al nostro protagonista sempre più sperduto. La donna non ha tutti i torti, ma Cronenberg cerca con questo film e con le vicende di Max che culminano con l’apparente sconfitta di Videodrome, di aprirci gli occhi mostrandoci il percorso e la parabola di “una parola-video fatta carne”, carne che alla fine si tenta di eliminare e di sostituire con una nuova e incontaminata.
Più che ad un horror vero e proprio, ci troviamo di fronte ad una sorta di splatter, che non delude gli amanti del genere e soprattutto gli affezionati del regista. Grazie ad una serie di effetti speciali davvero ben confezionati il Nostro riesce a dare vita, metaforizzandole in maniera originale e unica, a tutte le sue ossessioni, in questo caso affidate al volto sempre più shockato, così come shockati siamo noi che assistiamo al delirio sempre più allucinante, del bravissimo James Wood perfetto interprete e rappresentante della follia, dell’angoscia, dell’incubo, della paranoia che si impossessano anche dello spettatore più sensibile, interessato e attento a determinate tematiche e problematiche.

VOTO: 9

 

 


CITAZIONE DEL GIORNO

Sì, è vero, c'è violenza a Chicago, ma non da me e nemmeno da quelli che lavorano per me e sapete perché? Perché non è mai un buon affare. (Robert De Niro in "Gli intoccabili")


LOCANDINA

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postato da Ale55andra alle ore 13:29
domenica, 30 marzo 2008

REGIA: David Lynch

CAST: Jack Nance, Charlotte Stewart, Allen Joseph, Jeanne Bates, Jean Lange, Laurel Neal, Judith Anna Roberts, Jack Fisk, Thomas Coulson, John Monez, Darwin Joston, Neil Moran
ANNO: 1977

TRAMA:

Henry Spencer è un uomo psicologicamente labile che vive nei bassifondi e che sopporta stoicamente la sua posizione. Quando va a trovare la fidanzata che non vedeva da tempo, l’epilettica Mary, scopre che questa ha partorito prematuramente un feto mostruoso ed è costretto a sposarla. Solo che il figlio ha problemi di salute e sua madre disperata dai continui pianti lo abbandona per tornare a casa. Henry è lasciato solo ad occuparsene, cosa che gli procurerà non pochi squilibri mentali.

 



ANALISI PERSONALE

Se ancora non ne fossimo stati sicuri al 100%, questa pellicola ce ne da la conferma: David Lynch è un pazzo, e che pazzo! Senza il suo tocco allucinante e folle, il cinema non sarebbe lo stesso. Sarebbe un po’ come fare a meno di una parte di noi, quella più irrazionale, più nascosta e repressa, ma non per questo più debole. Il regista, con questo suo primo “parto” difficile e sofferto, ci mostra forse quali sono le sue paure più recondite e i suoi dolori nascosti (appare lampante il richiamo alla sua vera esperienza con la prima moglie, con la quale viveva nei bassifondi…). E’ inutile stare a cercare di raccontare linearmente la trama e gli avvenimenti di questa pellicola, anche perché sono assolutamente ininfluenti. Così come inutile è stare a cercare di decifrare tutte le sconcertanti immagini che ci vengono mostrate o tutti i messaggi nascosti o meno nei vari personaggi, negli oggetti, nei suoni e via dicendo. “Un sogno di cose oscure e inquietanti”, ecco qual è l’autodefinizione che Lynch ha dato della sua prima opera. E in effetti, è difficile non rimanere impressionati e quasi shockati dal delirio che minuto dopo minuto prende forma sullo schermo. I nostri occhi e la nostra mente vagano da una scena all’altra sempre più sconcertati e increduli, ma comunque attenti e affascinati soprattutto. Se alcune visioni appaiono a dir poco disturbanti, la condizione di Henry che scivola sempre più in una spirale di ossessioni e di sogni a dir poco angosciosi è quasi condivisibile. Il pover’uomo, già di per sé problematico perché alienato dal resto della società, è chiamato a sopportare delle situazioni eccessivamente estreme. La cena a casa dei genitori di Mary è il preludio di una serie di sempre più spaventose e insopportabili esperienze. Durante il pasto, la madre di Mary viene colta da un attacco epilettico, il pollo posto nel suo piatto comincia a sanguinare a fiotti e a muoversi meccanicamente, la nonna completamente immobile fuma una sigaretta senza prenderla mai in mano, il padre di Mary continua a sorridere enigmaticamente e alla fine gli viene fatta anche la rivelazione sconcertante: Mary ha partorito prematuramente un feto che si stenta a credere possa essere un bambino, quindi Henry è costretto a sposarla e a portarla con sé nella sua misera e piccola stanza. All’inizio sembra andare bene, Mary si occupa del suo “mostriciattolo” (che è un misto tra una rana ed E.T.) ma ben presto questi si rivela malato e non fa altro che piangere disturbando il sonno dei suoi genitori. Mary disperata allora abbandona figlio e marito e torna a casa sua. Henry tenta di abbandonare il suo bambino, ma questi ogni volta che suo padre si avvicina alla porta comincia a strillare a più non posso. Quindi l’uomo tenta, come può, di aiutare il piccolo essere (che se all’inizio crea disgusto, col passare del tempo fa quasi tenerezza), ma nel farlo scivola sempre più nell’oblio della follia.

 

Comincia ad umanizzare gli oggetti attorno a sé: dal termosifone prende vita una donna sfigurata in volto (con le guance estremamente gonfie) che canta su un palco un motivetto che inneggia alla bellezza del Paradiso, mentre è intenta a schiacciare la testa a delle larve schifose; da un vaso raccoglie una sorta di vermiciattolo che appare più vivo di suo figlio; va a letto con la vicina di casa e durante l’atto sprofondano in una tinozza contenente un liquido bianco non ben identificato; durante un altro sogno la sua testa si stacca dal suo corpo e viene sostituita da quello di suo figlio; la stessa testa va a finire ai piedi di un bambino che la vende ad una fabbrica che la usa per fabbricare gomme da cancellare; il feto mostruoso alla fine si trasforma in qualcosa di davvero orribile e spaventoso e via dicendo…Di questo genere di visioni il film è pregno e si riesce a rimanerne contemporaneamente impressionati e suggestionati anche grazie alla visionarietà che il regista è riuscito ad immettere nella sua pellicola, resa anche tramite una fotografia molto particolare e da una colonna sonora che ci “opprime” con una serie di incessanti suoni stridenti che non fanno altro che accrescere il livello di disturbo e di angoscia creato dalle immagini.
Il film comincia facendoci immergere immediatamente nel clima fantastico e surreale che contrassegna tutto il resto della pellicola, dato che la prima immagine che ci viene mostrata è proprio quella della testa del protagonista (contrassegnata da una capigliatura molto singolare, come quella del regista: sarà un caso?) che fluttua su una specie di pianeta e subito dopo quella di una specie di macchinista completamente pieno di cicatrici che muove un non ben identificato marchingegno. Lo stesso macchinista farà la sua comparsa alla fine della pellicola e degli incubi di Henry, mostrandoci la sua incapacità a governare ancora la sua macchina (che è molto probabilmente il pianeta sul quale si andava a posare la testa di Henry) che si sfalda sotto i suoi (e i nostri) occhi. Ad Henry, quindi, non rimane altro che lasciarsi andare in una danza onirica con la donna deformata…La pellicola porta con sé tutta la potenza e la comunicatività espressiva delle immagini e dei suoni, così come pochi film sono riusciti a fare (tra cui gli stessi successivi del regista, compreso anche uno dei telefilm più belli della storia e cioè Twin peaks), anche grazie alla quasi totale assenza di dialoghi tra i protagonisti, dialoghi che per fortuna non sono stati doppiati nella versione italiana. Eraserhead non è un film per tutti, dato che è completamente antinarrativo, estremamente impressionante e quasi fastidioso, con alcune sequenze al limite della sopportabilità (soprattutto quella finale del feto che
comincia a secernere una sostanza disgustosa), ma che contribuiscono a mettere sotto la lente d’ingrandimento le nostre inquietudini e le nostre angosce più recondite, riuscendo quindi in quello che molto probabilmente era l’intento del regista nel quale quasi sicuramente si riscontrano caratteristiche simili ad Henry: l’alienazione, la visionarietà, una potente immaginazione e una sorta di incapacità di esplicare linearmente e comprensibilmente gli stati d’animo e le emozioni.

VOTO: 8,5/9

 



CITAZIONE DEL GIORNO

Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle, di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni? (da "C'era una volta il West")


LOCANDINA



 

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Categorie: cinema, david lynch, cult, eraserhead