REGIA: David Cronenberg
CAST: James Woods, Sonja Smits, Deborah Harry, Leslie Carlson, Jack Creley
ANNO: 1983
Max Renn è il direttore di una rete via cavo, la Civic Tv, nella quale vengono trasmessi per lo più film porno. Alla ricerca di cose nuove da immettere nel suo palinsesto, Max si imbatte nella trasmissione di un segnale video chiamato Videodrome, che trasmette solo torture e violenze vere e proprie 24 ore su 24. Ben presto si renderà conto che la visione di Videodrome causa delle potentissime allucinazioni che distorcono la realtà. Molte le persone che si contendono l’aiuto dell’uomo: da un lato la donna che ha conosciuto in una trasmissione radiofonica, Nikki; dall’altro la figlia di Brian O’Blivion che porta avanti il lavoro di suo padre e che Max sospetta essere la creatrice di Videodrome e, infine, Barry Convex il creatore di una sorta di casco agli infrarossi studiato per captare proprio le allucinazioni causate da Videodrome.

ANALISI PERSONALE
Quale film migliore per riassumere egregiamente quelle che sono le tematiche più care al regista canadese? Lo sdoppiamento della mente che vive numerose realtà, la metamorfosi del corpo come risultato del cambiamento interiore, la distorsione delle verità che ci circondano e qui possiamo aggiungerci anche alcuni elementi di originalità che differenziano di volta in volta le varie pellicole di Cronenberg: l’analisi degli effetti del video sulle nostre menti, di ciò che viene trasmesso in tv (ma quanto possiamo attualizzare questo tema sostituendo i nuovi mezzi di comunicazione alla tv?) e di quanto questo influenzi i nostri modi di fare, di comportarci, persino di pensare e di essere; ma anche il fascino che la violenza può esercitare con conseguente riferimento agli snuff-movies, che sono poi quelli che vengono trasmessi su Videodrome e che causano allucinazioni incredibili, folli e visionarie. Max (il grandissimo James Woods) si ritrova così catapultato in una realtà altra, nella quale è intrappolato, e dalla quale è allo stesso tempo inizialmente affascinato e man mano spaventato. Dopo aver visto per la prima volta la trasmissione di Videodrome, nella quale una donna veniva seviziata, la sua vita non sarà più la stessa. Conoscerà una donna, Nikki (la bellissima ed estremamente sensuale Deborah Harry), che si rivelerà essere una masochista e che vorrà a tutti i costi raggiungere il luogo nel quale vengono girate le scene degli snuff-movies; comincerà a vedere le videocassette e i videoregistratori muoversi e assumere forme diverse; vedrà il suo stomaco aprirsi in un varco molto simile ad una vagina nel quale inserire le varie trasmissioni di Videodrome che lo programmeranno e lo porteranno ora da una fazione ora da un’altra; vedrà fondersi la sua pistola con la sua mano; sognerà di torturare Nikki e poi una cara amica; compierà stragi più o meno giustificate e, soprattutto, vedrà il suo corpo entrare in una vera e propria simbiosi con lo schermo della tv dal quale dapprima fuoriusciranno le labbra di Nikki nelle quali si rifugerà e nel quale poi immetterà quasi la totalità del suo corpo, fino ad arrivare ad un finale enigmatico ma molto significativo.
Cronenberg, insomma, non si smentisce mai e, soprattutto, riesce sempre a sorprendere in una maniera o nell’altra non solo per la mostruosa, paurosa e delirante messa in scena, ma anche per i messaggi subliminali e per i significati impliciti in quelle immagini apparentemente create con un unico scopo, quello di impressionare e spaventare lo spettatore, ma sicuramente fonte di ben più profonde e interessantissime riflessioni. Le metafore esplicitate tramite teste che scoppiano facendo
fuoriuscire bubboni o tumori che secernono sostanze non ben identificate o pistole che entrano nello stomaco ed escono fondendosi con la mano in un miscuglio orripilante di ossa, vene e tubi; sono talmente profonde e coinvolgenti da lasciarci con una scia di pensieri e considerazioni. Come non lasciarsi trasportare in mille riflessioni dall’immagine di un uomo che viene completamente “divorato” dallo schermo di una televisione o da un uomo ormai morto da un anno che comunica solo tramite alcune registrazioni televisive?

E’ impossibile non soffermarsi a meditare sul ruolo che hanno i mezzi di comunicazione nella formazione delle nostre personalità e delle nostre menti, della potenza della televisione nel catturare l’attenzione e nella formazione dei gusti e delle preferenze degli spettatori. In Videodrome l’uomo diventa video e il video diventa uomo, in un continuo interscambio di allucinazioni, di parti del corpo e via di questo passo. E se all’inizio il gioco risulta apparentemente innocuo, man mano che ci si fa sempre più impossessare dalle allucinazioni, dalle trasmissioni, dalle videocassette, dagli schermi televisivi, da tutto quello che Videodrome rappresenta; è necessario solo un enorme sforzo di volontà è in inusitato sacrificio per riuscire a cambiare pelle: “Morte a Videodrome! Gloria e vita alla nuova carne!”, urla infatti a fine pellicola il protagonista ormai finito nella spirale ossessiva e letale della realtà parallela a quella fino ad allora conosciuta. Andando a scavare a fondo tra le vicende di Max che si ritrova impantanato in una brutta storia senza riuscire a capire da che parte sta il torto e da che parte la ragione (ma è sempre possibile poter effettuare questo discernimento? Cronenberg evita il giudizio super-partes e ci mostra solo gli effetti, senza indicare da dove e da chi provengono le cause), possiamo giungere alla conclusione che abbiamo assistito alla fusione di due realtà completamente diverse: quella reale e quella che noi stessi creiamo con le nostre percezioni, molto spesso nascenti o influenzate dai mezzi di comunicazione, gli unici che ci permettono di correlarci col mondo e col prossimo, “l’unico occhio dell’uomo sulla tavolozza del mondo”, così come dice Bianca O’Blivion al nostro protagonista sempre più sperduto. La donna non ha tutti i torti, ma Cronenberg cerca con questo film e con le vicende di Max che culminano con l’apparente sconfitta di Videodrome, di aprirci gli occhi mostrandoci il percorso e la parabola di “una parola-video fatta carne”
, carne che alla fine si tenta di eliminare e di sostituire con una nuova e incontaminata.
Più che ad un horror vero e proprio, ci troviamo di fronte ad una sorta di splatter, che non delude gli amanti del genere e soprattutto gli affezionati del regista. Grazie ad una serie di effetti speciali davvero ben confezionati il Nostro riesce a dare vita, metaforizzandole in maniera originale e unica, a tutte le sue ossessioni, in questo caso affidate al volto sempre più shockato, così come shockati siamo noi che assistiamo al delirio sempre più allucinante, del bravissimo James Wood perfetto interprete e rappresentante della follia, dell’angoscia, dell’incubo, della paranoia che si impossessano anche dello spettatore più sensibile, interessato e attento a determinate tematiche e problematiche.
VOTO: 9

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: David Cronenberg
CAST: Jennifer Jason Leigh, Jude Law, Willem Dafoe, Ian Holm
ANNO: 1999
TRAMA:
Allegra Geller è una famosissima ideatrice di videogiochi che creano dei mondi paralleli a quello reale. Durante la prova della sua ultima creazione, eXsistenZ, un gruppo di fondamentalisti “realisti” cercano di uccidere la donna, ma questa riesce a scappare con l’aiuto di un uomo, Ted, con il quale entrerà nel suo stesso gioco per salvarsi la vita.

ANALISI PERSONALE
Ci risiamo. Quando ci troviamo di fronte ad un film di Cronenberg, dobbiamo essere consapevoli di avere a che fare con qualcosa di assolutamente fuori da ogni logica e soprattutto dal normale e dal reale. E alla fine, nonostante questo, riusciamo a catapultarci nei suoi incredibili viaggi nel corpo e nella mente dei personaggi che mette in scena e ad entrare nei meccanismi e nei messaggi che tramite queste folli e inusuali storie si insinuano anche nelle nostre menti e quasi nei nostri corpi (che hanno quasi reazioni sensoriali). Questa pellicola è a dir poco allucinante, estrema, impressionante, assolutamente fantascientifica, ma con la tipica tematica cara al regista e cioè quella dello sdoppiamento e della metamorfosi, in questo caso la “persona” che diventa “personaggio” di un videogioco (un vero e proprio alter-ego), attraverso il quale compiere tutte quelle scelte e quelle azioni che nella vita reale non è concesso compiere, risultato di una, forse esagerata, applicazione del libero arbitrio, che distingue l’uomo dagli altri essere viventi.
Tra mutanti anfibi le cui carcasse assemblate divengono joypad, pistole fatte di ossa e sangue con denti umani al posto dei proiettili, bioporte impresse sul corpo con la forma di uno sfintere nel quale collegare il pod tramite una sorta di cordone ombelicale; c’è da essere forti di stomaco e lucidi di mente per riuscire a cogliere quello che si nasconde dietro queste trovate discutibili, ma sicuramente molto originali e potenti dal punto di vista visivo e soprattutto evocativo e metaforico.
Allegra e Ted si ritrovano quindi in un altro mondo, e dopo aver superato lo spaesamento iniziale
(soprattutto da parte di Ted che non aveva mai fatto una cosa del genere), cominciano a muoversi per capire quali mosse compiere e come procedere per non lasciarsi raggiungere dalla resistenza realista e per vincere quindi il gioco. Numerosi i personaggi con i quali dovranno interagire: commessi di supermarket tecnologici, impiegati di strane fabbriche che costruiscono proprio i pod, camerieri cinesi da eliminare a sangue freddo, spie, traditori e quant’altro.

Non sempre sarà facile riconoscere gli alleati dai nemici e non sempre sarà semplice rimanere ancorati al gioco senza pensare ai propri corpi “parcheggiati” altrove. Ed è così allora che si mette il gioco in pausa per andare a dare un’occhiatina al proprio corpo e per essere sicuri che non abbia freddo o fame ed è così che la mente quasi non riesce più a distinguere tra gioco e realtà, tra la finzione e la vera vita, ed è così che si assiste al susseguirsi del gioco nel gioco e della vita nella vita o del gioco nella vita e della vita nel gioco.
I due protagonisti faranno di tutto per proteggere il pod tanto amato da Allegra e giungeranno ad un epilogo nel quale tutte le certezze di entrambi crolleranno per lasciare spazio ad un unico vincitore che si risveglierà in un’altra realtà…
“Il mio pod ha bisogno di cure”, dice Allegra al suo amico Ted, rivolgendosi all’”aggeggio”, come se fosse un essere vivente a tutti gli effetti, segno questo dell’estrema immedesimazione dell’uomo nella finzione, immedesimazione (con questo film ben espressa e comunicata) che lo spinge a desiderare di entrare nel gioco stesso, di esserne parte viva, reale. Ma siamo sicuri che non sia poi il gioco a voler entrare nelle nostre vite? A volte non si sa neanche perché si vuole giocare, ma l’impulso si impossessa dell’uomo inducendolo a compiere le azioni più strane e inspiegabili: “Devi partecipare al gioco, per scoprire perché partecipi al gioco”. Ed è così che Ted fa fuori un cameriere cinese, perché tanto è solo un personaggio del gioco, o mangia in preda ad un impulso un piatto fatto di carcasse di animali non ben identificati. I vari personaggi che si incontrano nel videogioco, vanno quasi in stand-by se non gli si dice la parola giusta o non li si chiama con il loro nome corretto e questo contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più surreale e sopra le righe di quanto già non appaia grazie alle scenografie corredate con elementi grotteschi e sicuramente “schifosi”. Nel gioco è possibile esercitare all’estremo il libero arbitrio compiendo azioni che non si avrebbe mai il coraggio e la forza di compiere nella vita reale, proprio perché come ripete Allegra allo spaventato e spaesato Ted “niente panico, è solo un gioco”. Ma quanto siamo sicuri che la nostra mente non si faccia quasi rapire e intrappolare in questo gioco? O il gioco è forse l’unico mezzo che abbiamo per esprimere la nostra vera personalità repressa e nascosta dalle restrizioni della realtà? Su questo binario scorrono le divergenze tra i “realisti” e gli “eXsistenZialisti” che si contendono il primato sul campo di gioco, ma che poi si rivelano estremamente reali. Non mancano oltre alle elucubrazioni filosofiche e ai messaggi subliminali soprattutto di stampo sessuale (la bioporta assomiglia moltissimo ad uno sfintere, elemento presente in molte altre pellicole del regista, e in effetti i protagonisti godono quando questo viene penetrato dal cordone ombelicale che li unisce al pod e viene anche stimolata dalle dita dei due ragazzi e via dicendo), i colpi di scena, i complotti, le spie, i nemici sanguinari e gli amici utili (come in ogni videogioco che si rispetti): “Il succedersi di colpi di scena mi ha fatto stare male”, dice infatti Ted alla fine del gioco.
La confusione si impossessa dei protagonisti (e ad un certo punto anche dello spettatore che è parte integrante di questo gioco che Cronenberg mette in scena) proprio perché ad un certo punto non si distinguono più realisti da eXistenZialisti, dato che nessuno sembra appartenere realmente ad una
fazione piuttosto che ad un'altra e soprattutto perché alla fine, con l’ultimo grande colpo di scena, tutte le “certezze” che avevamo avuto fino ad allora vengono smontate da un ribaltamento dei ruoli e dei punti di vista, davvero inaspettato e sicuramente funzionale dal punto di vista cinematografico e narrativo. Quindi coloro che recitavano/giocavano la parte degli eXistenZialisti erano in realtà dei sostenitori del realismo e viceversa? Voi da che parte state?

CITAZIONE DEL GIORNO
LOCANDINA

REGIA: David Cronenberg
CAST: Peter Weller, Judy Davis, Ian Holm, Julian Sands, Roy Scheider, Monique Mercure, Joseph Scoren
ANNO: 1991
TRAMA:
Bill Lee è uno scrittore colpito dalla mancanza di ispirazione che si guadagna da vivere facendo il disinfestatore e che è assuefatto a varie sostanze stupefacenti, tra le quali la stessa con la quale uccide i vari scarafaggi per lavoro. Un giorno per sbaglio uccide sua moglie e colpito da numerose allucinazioni di extraterrestri e scarafaggi parlanti, decide di rifugiarsi a Tangeri, dove però il delirio non sembra affatto fermarsi…

ANALISI PERSONALE
Tratto dall’omonimo romanzo di William S. Burroughs, Il pasto nudo è un film ricco di visionarietà, irrealtà, fantasia. Il protagonista nel quale possiamo rispecchiare varie fasi della vita dello stesso scrittore (che lavorò per un certo periodo come disinfestatore, che era dedito all’uso di stupefacenti, che aveva un’omosessualità latente e che uccise per sbaglio la moglie) può essere anche riconosciuto come il regista stesso, alla continua ricerca di un’identità, soprattutto artistica. Tutte le allucinazioni che si susseguono nella mente del protagonista possono essere viste come la metafora di qualcosa di ben più profondo che uno scarafaggio che parla attraverso il suo sfintere o un orribile extraterrestre che ingaccia Bill per stendere un fantomatico rapporto su ciò che avviene nella fatidica Interzona. Il tutto può essere visto come il vaneggiamento di un uomo dedito alle droghe più disparate, alla continua ricerca di un’ispirazione per il suo romanzo e soprattutto all’inseguimento di un’identità non solo artistica, ma soprattutto sessuale.
Di ritorno a casa, trova che sua moglie è a letto con uno di loro, mentre l’altro sta leggendo qualcosa ad alta voce. Per nulla sconvolto dall’accaduto chiede a sua moglie di “attuare” il loro consueto gioco chiamato Guglielmo Tell, consistente nello sparare ad un bicchiere posto in testa a Joan. Sfortunatamente però, forse perché si è appena sparato in vena una po’ di droga, colpisce la donna invece del bicchiere, provocandone la morte.
L’unica cosa che riesce a fare è scappare in un bar e andare a bere per dimenticare, ma qui viene nuovamente assalito dalle sue terribili allucinazioni: questa volta c’è una sorta di extraterrestre che gli fa domande sulla sua sessualità e soprattutto che gli ordina di andare a Tangeri, in Africa, in quella zona chiamata Interzona e di stendere un rapporto sulle attività che vi hanno luogo. Bill accetta, anche perché è costretto a nascondersi dopo l’omicidio attuato ai danni della moglie e così parte armato di Clark nova, la sua macchina da scrivere. Una volta giunto a Tangeri, ad aspettarlo ci sono una serie di personaggi alquanto inquietanti: i signori Frost, Tom (il sibillino Ian Holm) e Joan (interpretata sempre da Judy Davis), il ragazzo Kiki (Joseph Scorren) che sembra dedicargli un po’ troppe attenzioni e la temibile Famela (Monique Mercure). Ognuno di loro riuscirà a far cadere il nostro protagonista sempre più in basso, nella spirale della pazzia e delle allucinazioni. La sua macchina da scrivere, di notte assumerà le sembianze di uno scarafaggio che lo esorterà a continuare il suo “rapporto” e ad aggiungersi ad essa arriverà anche la macchina per scrivere di Tom Frost, la Martinelli. Entrambe finiranno distrutte, ma il sempre più insano Bill (che comincerà a provare anche tutte le droghe locali) continuerà la sua discesa negli inferi, il suo lungo cammino alla ricerca di un’ispirazione letteraria e di una personale identità.
Al di là dei richiami, dei rimandi, delle metafore più o meno nascoste dietro visioni mostruose e, se vogliamo dirla proprio tutta, anche schifose il film è magistralmente confezionato
anche grazie ad una fotografia perfettamente adatta all’ambientazione e all’atmosfera anni ’50 (con una Tangeri davvero molto caratteristica, interamente costruita in studio) e una sublime colonna sonora che continua ad aumentare l’angoscia dello spettatore che si interroga sulle sorti del protagonista, ma soprattutto sulla reale natura di ciò che gli sta accadendo. La regia, inoltre, gioca e giostra abilmente con diversi generi, amalgamandoli in un mix davvero squisito di noir, giallo, drammatico, fantascienza e, perché no, un pizzico di horror.
Allucinante e sconvolgente e delirante, ce ne fossero di più di horror così…
Recitazione: 8
Sceneggiatura: 8
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 9
Voto finale: 8,5

CITAZIONE DEL GIORNO
Dobbiamo trovare il piu' brutto spettacolo del mondo: [legge] <<Quando Gregor Samsa si sveglio' un mattino da sogni inquieti, si ritrovo' trasformato nel proprio letto in un gigantesco insetto.>>... Naah, troppo bello. (Zero Mostel nei panni dell'impresario teatrale in "Per favore non toccate le vecchiette", 1968)
LOCANDINA

REGIA: David Cronenberg
CAST: Viggo Mortensen, Ed Harris, William Hurt, Maria Bello
ANNO: 2005
TRAMA:
Tam Stall è un tranquillo cittadino americano che gestisce una tavola calda e che si occupa amorevolmente di moglie e figli. Un giorno due rapinatori entrano nel suo locale minacciando di fare piazza pulita e Tom li fa fuori divenendo l’eroe del momento. Dopo essere apparso in tv, un brutto ceffo, scambiatolo per un’altra persona, comincia a tampinarlo reclamando vendetta.

ANALISI PERSONALE
Tratto da un fumetto, A history of violence porta con sé il marchio indelebile e infallibile dello stile di Cronenberg che torna a parlarci di metamorfosi non solo del corpo, ma anche della mente. Il tema del doppio (ormai sdoganato al cinema) viene qui affrontato in maniera originale e del tutto personale con la mano inconfondibile del grande regista canadese. Ad interessare non è tanto il plot narrativo in sé per sé, che potrebbe risultare a tratti banale e soprattutto già visto, ma il messaggio che porta e che contiene, scritto a caratteri cubitali col sangue scaturito dalla violenza, che volenti o nolenti, è insita, con dosi diverse a seconda del caso, dentro ognuno di noi. Violenza che fa paura ma che al tempo stesso affascina, violenza mostrata talmente velocemente da non lasciarci neanche il tempo di pensare, come molto probabilmente il regista intendeva contrassegnando le scene clou della sua pellicola da una quasi totale mancanza di giudizi esterni o sopra le parti. Il narratore è nascosto, dunque, è quello che conta non è riflettere su un dato di fatto, ma rendersi conto della sua esistenza.
Un giorno durante l’orario di chiusura, nel suo locale appaiono due strani tipi che pretendono di bere caffè e di mangiare una torta. Quelli che sembrano essere solo due fastidiosi e prepotenti clienti si mostrano però per quello che sono in realtà: due rapinatori ed efferati assassini (li vediamo all’inizio uccidere senza pietà anche una piccola bambina). Tom non si fa cogliere di sorpresa e riesce ad uccidere entrambi, divenendo l’eroe locale del momento. L’uomo sembra non essere contento della crescente notorietà che comincia a caratterizzarlo, tanto da evitare il più possibile contatti con giornalisti e tv. Quanto tutto sembra essere tornato alla normalità a far visita al suo locale arriva un altro strano tipo con scagnozzi al seguito. Si tratta di Carl Fogarty (un estremamente caratteristico e impressionante Ed Harris) che afferma di conoscere Tom col nome di Joy Cusack e che pretende che l’uomo lo segua per andare a far visita a suo fratello Richie (il fumettistico e particolarissimo William Hurt).
Si tratta di s
cambio di persona o Tom nasconde qualcosa? Certo è che lui continua a negare di essere mai stato a Philadelphia come invece asserisce il temibile Carl e continua a giurare a sua moglie e ai suoi figli di non sapere di cosa parli quell’uomo. Continuando a proteggere la sua famiglia, Tom è costretto a “planare” nuovamente verso un tragico epilogo che ci lascia sospesi con un interrogativo ben fissato nella mente: conosciamo mai fino in fondo coloro che ci stanno accanto? Ma soprattutto, conosciamo davvero noi stessi?

Psicologicamente teso ed intenso, questo film, giocando sulla dualità della mente, della personalità e persino della corporeità racconta il processo di metamorfosi e di trasformazione subita, volontariamente o necessariamente, da un uomo che sembra aver completamente cancellato uno scomodo passato di violenza e degradazione per raggiungere e realizzare quello che è il tipico sogno americano: un bel lavoro, una bella casa a due piani e una famiglia felice. Ma si sa, la realtà è tutt’altra cosa e quando meno ce lo aspettiamo la nostra vera (duplice o multiforme) natura prima o poi viene a galla. Nel film il cambiamento, il trapasso, l’emergere degli istinti più reconditi viene mostrato attraverso due metaforiche e significative scene di sesso tra Tom e Edie: nella prima i due giocano a fare gli adolescenti paurosi di essere colti in flagrante (scena che porta con sé tutta la dolcezza e la delicatezza di un rapporto di coppia), nella seconda marito e moglie dopo una furiosa lite verbale e fisica sulle scale della loro casa si lasciano andare ad una violenta passione che però non riesce ad unirli realmente (immagini queste di una forte forza comunicativa).
Ma a dimostrazione che agli istinti è difficile porre un freno viene posta anche la questione del figlio maggiore di Tom che viene continuamente vessato da un suo compagno, bullo che più bullo non si può (che inizialmente incrocia il suo sguardo in auto con quello dei due assalitori della tavola calda in un camioncino quasi a dimostrare una sorta di specularità) e che, dopo aver sopportato stoicamente senza reagire, scoppia in un impeto di violenza repressa.
Il cambiamento di registro dall’iniziale amenità della cittadina di Millbrook (Indiana) contrassegnata da un alone di pace, serenità e fratellanza tra i suoi abitanti fino ad arrivare ad una sorta di tacita e nascosta consapevolezza dei segreti che nasconde (nella persona di Tom, ma non solo) appare quasi impercettibile, ma è sicuramente ben realizzato anche grazie ad un cambiamento di tono nella fotografia che si incupisce ed ingrigisce man mano che si prosegue col “racconto” e della quasi del
tutto assente colonna sonora che arriva propiziamente a sottolineare i momenti di più alta tensione. Senza mai esagerare, Cronenberg filma i momenti salienti con cura e parsimonia regalandoci inquadrature importanti (quella iniziale - che sembra quasi un quadro dipinto per quanto è meravigliosamente fotografata - in cui i due assassini dopo aver sterminato varie persone nella tavola calda escono e mettono a posto la sedia è davvero spettacolare) e soffermandosi su sguardi che raccontano più di mille parole, come quello finale tra Tom e Edie, straziante e latore di immense ed infinite interpretazioni.
A history of violence (che porta nel titolo tutta la sua essenza) è un film ricco di stile ed eleganza formale che riesce a insinuarsi prepotentemente nella mente dello spettatore.
Sceneggiatura: 7,5
Recitazione: 8,5
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5


REGIA: David Cronenberg
CAST: Oliver Reed, Samantha Eggar, Art Hindle, Cindy Hinds, Henry Beckman, Nuala Fitzgerald, Susan Hogan
ANNO: 1979
TRAMA:
Nola Caverth è ricoverata nella clinica psichiatrica del Dr. Raglan, dove viene sottoposta ad una nuova cura chiamata psicoplasmica. Molto presto alcune delle persone a lei care, la madre, il padre, la meastra di sua figlia perderanno la vita per mano di alcune strane creature.

ANALISI PERSONALE
Quinta pellicola di Cronenberg, The brood contiene già quella che è tutta la sua tematica: la trasformazione del corpo che tenta di dar vita e di estendere le proprie pulsioni e istinti più reconditi è la principale. Vero e proprio horror, questo film riesce ad impressionare non soltanto con l’alto impatto visivo di alcune immagini davvero forti, ma anche per il messaggio insito in esse, davvero molto profondo e di non facile comprensione e lettura. Possono i nostri desideri più reconditi, i nostri istinti, le nostre paure ataviche, trasformarmi in qualcosa di pericoloso, farci compiere azioni inaspettate, proiettarsi nella realtà? Cronenberg ne è convinto, tanto da dare vita a queste pulsioni con un vero e proprio parto dal quale nascono dei nanetti deformi, che altro non sono se non l’estensione della nostra mente e dei suoi anfratti più reconditi.
I morti cominciano ad essere troppi e Frank si reca da alcuni ex pazienti del Dr. Raglan, per saperne di più. Questi sono tutti affetti da alcune malattie, come il tumore e i loro corpi sono ricoperti da orrendi bubboni. Nel frattempo, anche lui viene assalito da una creatura, ma riesce a difendersi e a farla fuori. In questo modo riesce a farla esaminare da alcuni esperti e la scoperta che ne scaturisce è agghiacciante: queste creature sono prive di ombelico e quindi probabilmente non sono mai nate.
Frank continua a brancolare nel buio, ma quando sua figlia Candice scompare (rapita dalle due creature che hanno ucciso Ruth), si reca risoluto nel casolare del Dr. Raglan per ottenere risposte, ma soprattutto per riavere sua figlia. Una volta arrivato, davanti ai suoi occhi si para l’inaspettata e tragica verità e grazie a due estremi sacrifici, riesce a trarre in salvo la piccola Candice.
liscia mantenendo alta non solo la paura, ma anche l’interesse di conoscere la reale natura delle strane creature e soprattutto i destini dei protagonisti. Protagonisti tutti discretamente interpretati, soprattutto quello fondamentale di Nola che ha gli occhi sgranati e terrificanti di Samantha Eggar, che riesce a dar vita a tutte le più recondite pulsioni insite nel suo personaggio.
La covata malefica, dunque, non è semplicemente un film dell’orrore, ma è una pellicola che trasmette con classe con stile alcuni messaggi di non poco conto che continuano a martellare nella mente dello spettatore e farlo riflettere anche a distanza di tempo dalla visione.
Sceneggiatura: 8
Recitazione: 8,5
Fotografia: 9
Colonna sonora: 8,5
Ambientazione: 8,5
Voto finale: 8,5

CITAZIONE DEL GIORNO
In ogni strada di questo paese c'è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. E' un uomo dimenticato e solitario che deve disperatamente provare di essere vivo. (De Niro nel film "Taxi Driver")
LOCANDINA
